Fratelli


Leggo la notizia su “Affari Italiani” del 8 dicembre 2011.

Un uomo abitante a Pavia nelle case popolari, in quanto a rimasto senza lavoro, non  avendo potuto pagare il canone di fitto negli ultimi tre anni, era stato intimato allo sfratto dall’ente gestore le case popolari. Si era al terzo accesso dell’Ufficiale Giudiziario, probabilmente quello definitivo, quello che lo avrebbe messo in strada. Il suo debito era di circa 3.600 Euro. L’uomo in attesa dell’esecuzione dello sfratto non ha retto allo stress e si è lanciato dal balcone del quarto piano, è morto poco dopo senza riprendere conoscenza.

Una notizia scarna, di cronaca, quasi anonima, quasi di ordinaria amministrazione. Questo è il lato della faccenda che veramente mi sconvolge, mi crea ansia e, purtroppo, da adito ai miei più pessimistici presagi. In un paese come l’Italia dove non esiste reddito di cittadinanza, reddito minimo garantito o almeno un piano di intervento a favore di soggetti disagiati ci si aspetterebbe che le autorità, ben a conoscenza, si spera, delle problematiche del territorio che amministrano fossero almeno comprensive, un tantino elastiche, che evitassero di stringere in un angolo un brav’uomo privo di risorse che forse già avvertiva la propria dignità intaccata dalla penosa condizione. Niente di tutto ciò, la burocrazia ottusa e bieca al nord come al sud ha tirato dritto senza curarsi dei sentimenti e delle necessità di un povero essere disperato, afflitto e depresso da quel che riteneva essere il fallimento della sua vita. A 53 anni si sentiva un peso inutile per la società e nessuno ha voluto dargli una nuova opportunità, anzi si sono adoperati per schiacciarlo sotto il peso di responsabilità non sue ma di chi ha gettato il paese nella crisi economica e progetta di trasformare tale crisi in piena recessione. Forse il povero sfrattato avrebbe già dovuto sentirsi un uomo fortunato avendo ricevuto una casa dal comune, se solo avesse vissuto qualche centinaio di chilometri più a sud non avrebbe avuto neanche quella, ma per il resto tutto uguale porte chiuse e calci in faccia.

Siamo tutti fratelli? Io non posso sentirmi fratello di chi condanna un uomo a morte perché ha perso il lavoro ed è in disgrazia economica, come posso considerare fratello chi ingrassa grazie a millanterie che hanno convinto suoi concittadini a metterlo in una posizione di comando, dimenticando, una volta eletto, tutte le promesse e badando solo ai propri interessi. Che paese è mai questo in cui non esiste più solidarietà umana, dove ognuno è costretto a preoccuparsi solo dei propri problemi, di quelli degli altri non può, sarebbe troppo, veramente troppo. Non possiamo continuare a sopportare l’esempio di chi vive di privilegi di casta e gode e ingrassa sulle disgrazie altrui.

Il nostro problema è una iniqua distribuzione della ricchezza, con poveri sempre più poveri e ricchi sempre più ricchi. Ciò non avviene certo per caso ma in base ad una ben strutturata strategia: il popolo va tenuto a pancia vuota se lo si vuole strumentalizzare a piacimento e orientare politicamente con promesse e piccoli favori clientelari, un popolo benestante, ha tempo e voglia di pensare ai problemi della società, riesce ad accorgersi che si tessono tele alle sue spalle e scopre gli altarini dei politici corrotti. “Divide et impera” cioè separa e governa, ed è proprio quel che succede in Italia, il potere si allea con i ricchi, garantisce di non intaccare, mai sensibilmente, i loro patrimoni e spreme sempre il più possibile le fasce a basso reddito, senza mai nulla fare per dare sostegno a chi soffre. E perché mai i politici dovrebbero affiancarsi a dei poveri che non valgono l’aria che respirano, o meglio valgono solo per quello che ancora possono dare, dare sempre e non ricevere mai nulla. Li fanno votare, quando e come dicono loro, si garantiscono una comoda poltrona e se qualcuno si agita ci sono sempre le mafie da usare per tenere i pezzenti al loro posto.

Fratelli? Si fratelli dal nord al sud, fratelli nel dolore e nella sofferenza. Fratelli nel dispiacere di aver perso uno di noi assassinato dall’ottusa imbecillità di uno Stato sfruttatore.

Pensate di me quel che volete, non sono comunista, sono solo un uomo che se vede una mano tendersi non può fare a meno di afferrarla nel tentativo di portare aiuto. Se avessimo messo insieme 5, dico cinque, centesimi, meno delle vecchie cento lire, a testa la casa a quel poveracci avremmo potuto comprargliela. E allora dico che è anche colpa nostra, dobbiamo deciderci ad aiutarci da soli perché dall’alto non verrà niente di buono, e mentre ci aiutiamo a vicenda impariamo a dire energicamente NO quando ci chiedono altri sacrifici, i sacrifici li facciano chi se li può permettere, noi abbiamo già dato.

Luigi Orsino

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About Luigi Orsino

Studi di medicina non completati per dedicarmi alla vera grande passione della mia vita: Fare l'imprenditore. Purtroppo sul mio cammino ho incontrato un mostro che si chiama camorra contro cui ho lottato duramente e lungamente. Ancora oggi continuo a lottare, e a subire intimidazioni ed attentati, ma per fermarmi dovranno uccidermi. Ma forse da morto la mia voce si leverà ancora più alta e arriverà ancora più lontana. Il mio cruccio? Dovermi confrontare ogni giorno con lo Stato che solo a parole aiuta chi si ribella ma nella realtà ti consegna alla burocrazia che completa l'opera dei camorristi. Amo scrivere, di tutto: articoli, racconti, romanzi, poesie. Gli animali, tutti, sono miei simili. Adoro guidare, in off road soprattutto.

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3 commenti su “Fratelli”

  1. Dario Sabbino Says:

    Le buone idee e le buone intenzioni non sono da comunisti nè da “conservatori” nè da liberali o altro. Le buone idee e le buone intenzioni sono tali, punto e basta.
    Appoggio in pieno tutto quanto è scritto, dalla prima all’ultima parola e la conclusione la faccio mia.

    Grazie per questo stupendo articolo.

    Dario Sabbino

    Rispondi

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