Il Maresciallo Cautillo è vittima di mobbing da 20 anni. Ma per la legge italiana è reato? Ce lo spiega il noto avvocato-scrittore Gianluca Arrighi


Ci è giunto in redazione questo editoriale pubblicato su nottecriminale.it e a cura di Gianluca Arrighi.

Partecipiamo prontamente alla diffusione delle singolari vicende che hanno colpito il Maresciallo Cautillo, vittima di mobbing da 20 anni, vittima di archetipi insospettabili e insospettati. Desideriamo contribuire alla sensibilizzazione dell’opinione pubblica nei confronti di quest’uomo e della sua vicenda.

NDR – pensareliberi.com

Nelle scorse settimane si è molto parlato del caso del maresciallo dei carabinieri Antonio Cautillo, il quale da oltre vent’anni sarebbe vittima di una continua e reiterata persecuzione all’interno dell’Arma.  Vessazioni, angherie e soprusi perpetrati da colleghi e superiori.

In una sola parola: mobbing.

Sulla complessa questione si sono anche susseguite numerose interrogazioni parlamentari e, su segnalazione della Presidenza della Repubblica, è intervenuto il Consiglio Superiore della Magistratura che ha aperto una pratica a tutela del sottoufficiale.

Non essendomi occupato professionalmente del caso del maresciallo Cautillo, non posso entrare nel merito dei fatti.  Posso però tentare di spiegare ai “non addetti ai lavori” come mai in Italia, quando si parla di mobbing, tutto si riveli assai confuso e complicato, specie in ordine alla rilevanza penale.

La risposta, paradossalmente, è semplice: il nostro ordinamento giuridico non prevede il mobbing come autonoma e specifica ipotesi di reato.

Tuttavia, per fare chiarezza, occorre procedere per gradi.  Il primo a parlare di mobbing quale condizione di persecuzione psicologica nell’ambiente lavorativo fu, alla fine degli anni ’80, lo psicologo svedese Heinz Leymann.

Lo studioso nordeuropeo definì il mobbing come una serie sistematica di vessazioni poste in essere da uno o più individui contro un singolo, il quale viene progressivamente spinto in una posizione colma di disagio e senza difesa e lì relegato per mezzo di ripetute e protratte attività mobbizzanti.  In Italia, invece, si cominciò a parlare di mobbing solo verso la metà degli anni ’90. Oggi il fenomeno sta progressivamente assumendo proporzioni sempre più inquietanti: gli ultimi dati parlano addirittura di oltre un milione di lavoratori soggetti direttamente alla “malattia” da mobbing, ossia ansia, depressione, attacchi di panico ed insonnia che, in casi estremi, hanno anche portato al suicidio della persona.

Nonostante questo, nel nostro Paese non esiste ancora il delitto di mobbing.  Le condotte vessatorie sul posto di lavoro, se denunciate all’autorità giudiziaria, possono solo trovare una collocazione in reati minori ed essere qualificate dalla magistratura come molestie, ingiuria, diffamazione o, al massimo, in violenza privata.  Qualche pronuncia giurisprudenziale ha riconosciuto anche il delitto di lesioni, intese come danno alla salute mentale. In molti Stati europei il fenomeno è stato da tempo regolamentato, ma in Italia manca ancora una normativa specifica che identifichi e disciplini il mobbing come reato.

Recentemente il nostro legislatore ha introdotto nel codice penale l’articolo 612 bis, intitolato “Atti persecutori” che punisce il cosiddetto stalking.  E’ stato un intervento normativo apprezzabile e che ha previsto per gli stalkers una pena detentiva piuttosto alta, specie se il reato viene commesso nei confronti dell’ex coniuge o della persona alla quale si era precedentemente legati da una relazione affettiva. Prima di questa novella, lo stalking poteva solo rientrare in altre ipotesi di reato, analogamente a ciò che avviene oggi per il mobbing.

Una recente sentenza della Corte di cassazione ha inoltre precisato che «nel nostro codice penale, nonostante una delibera del Consiglio d’Europa del 2000, che vincolava tutti gli Stati membri a dotarsi di una normativa corrispondente, non c’è traccia di una specifica figura incriminatrice per contrastare la pratica persecutoria definita mobbing. Sulla base del diritto positivo e dei dati fattuali acquisiti, pertanto, la via penale non appare praticabile».

E’ pertanto auspicabile che, come è avvenuto per lo stalking, presto venga dato corso ad una proposta di legge che recepisca gli orientamenti internazionali su questo tema così delicato, soprattutto in un periodo di pesante crisi economica come quello che stiamo vivendo e che rischia di incentivare il fenomeno del mobbing, alimentando tensioni e incertezze sul luogo di lavoro.

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7 commenti su “Il Maresciallo Cautillo è vittima di mobbing da 20 anni. Ma per la legge italiana è reato? Ce lo spiega il noto avvocato-scrittore Gianluca Arrighi”

  1. Rosa Says:

    Non mi stupisco del mobbing, colpisce chiunque sul luogo di lavoro. So cosa significa subire angherie, soprusi, risatine insulse!!!!.Questi comportamenti sono paragonabili agli aguzzini che torturano delle persone con i polsi legati…..Tutto ciò è abominevole in ogni situazione, in ogni ambiente, in ogni contesto. E viviamo in uno Stato civile…….ma sarà così? O No? Cosa sono una inguardabile malata di cancro appestata o una cittadina? Il giudizio ai lettori….. Rosa Mannetta

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