Luigi Orsino – LA CAREZZA DEL MALE – Incipit e prologo del mio libro


Incipit e prologo del mio libro

Luigi Orsino

LA CAREZZA DEL MALE

Mi sono risoluto a mettere” la mia storia” sotto una luce che la renda più fruibile ai più, sperando che ciò facendo essa possa avere la scioltezza di una narrazione e non la tediosità di una deposizione. Non lo faccio per ottenere consensi o sperando di ottenere altro da chicchessia, sono stato spinto a tale decisione dalla consapevolezza che ciò che è accaduto a me è accaduto, o sta accadendo, a molti altri. Spero, dunque, che la mia esperienza possa servire a salvare qualcuno anche solo riconoscendo negli avvenimenti che lo coinvolgono similitudini con quanto è avvenuto a me. Per motivi di riservatezza legati a procedimenti penali ancora aperti ho dovuto cambiare alcuni nomi, solo quelli e null’altro. I fatti ed i luoghi sono tutti reali.

I GUARDIANI DI PIETRA

Piazza Nicola Amore, per noi napoletani Piazza Quattro Palazzi, è ubicata lungo il Corso Umberto I all’incrocio con via Duomo. Già fu scelta infelice dedicare questa Piazza neorinascimentale a quel Nicola Amore sindaco di Napoli nel periodo immediatamente seguente all’unità, campano di nascita (Roccamonfina) ma piemontese per convenienza, fu lui ad ordinare la strage di Pietrarsa del 1863 quando sette operai che manifestavano pacificamente furono falcidiati dal fuoco delle truppe di occupazione.

Una magnifica piazza che del truce sindaco conserva solo il nome in quanto la sua statua, negli anni trenta, fu spostata nei pressi di Piazza Vittoria e della Villa Comunale. La Piazza viene denominata “Dei Quattro Palazzi” a causa dei quattro edifici che la delimitano, ad ogni portale d’ingresso ai palazzi sono posti due coppie di Telamoni statue maschili poste nell’atto di sorreggere le strutture sovrastanti.

Una splendida piazza di Napoli dicevo, eppure un luogo che a me evoca episodi dolorosissimi, umiliazioni e violenze, un luogo in cui allocare lo sfacelo della mia vita, il crollo dei miei sogni, la distruzione della felicità familiare, la fine delle mie imprese commerciali, amate da me e da mia moglie come figli. E lo erano, perché come figli le avevamo cresciute sacrificando a loro la nostra giovinezza, godendo dei loro successi perché per godere di altro non ce ne restava il tempo. Ma come può un luogo bello di una bella città suscitare tanti ricordi amari e tanti dolori, cicatrici che il tempo non potrà mai sanare, anzi ferite ancora aperte? Occorre dire che la rovina mia e della mia famiglia, brutalmente scaraventati dal benessere economico all’indigenza totale, ma ancor di più la rovina di ciò che avevamo costruito in anni di duro lavoro nostro e dei tanti dipendenti che avevano iniziato con noi l’avventura imprenditoriale e che ormai erano parte integrale della mia famiglia, è da ascriversi ad un individuo senza scrupoli e totalmente privo di qualsiasi senso morale. Un uomo che ha fatto del denaro il suo unico dio, che sacrifica tutto ad esso, rotto a qualsiasi compromesso, menzogna e azione indegna pur di accumularne a dismisura. Un uomo che pur di vivere dispendiosamente non si fece scrupoli di associarsi a criminali della peggior specie: camorristi assassini. E non provò alcun rimorso a consegnare nelle mani di costoro chi, in buona fede o forse stupidamente, lo considerava un amico. Un uomo che sapeva mascherare la sua vera natura in modo esperto e raffinato, solo pochi erano a conoscenza del vero volto che si celava sotto la maschera dello stimato professionista. Quei pochi che sapevano lo temevano e non parlavano, avevano paura, giustamente paura.

Quei giganti di pietra che circondano la piazza furono muti testimoni del mio soffrire, guardiani inermi impossibilitati a levarsi a mia difesa, più e più volte essi assistettero al mio pianto disperato, tanto più sofferto nel vedere il dolore scavare profondi solchi nel viso di mia moglie. Aveva il suo ufficio in quella Piazza, in uno di quei quattro bellissimi palazzi, colui che  fin dall’inizio della nostra attività era stato il nostro commercialista, colui che con il tempo e l’inganno aveva carpito la nostra amicizia, colui che ci aveva, poi, consegnati nelle mani dei camorristi perché ci dissanguassero con le loro richieste estorsive e, di fatto, ci costringessero a ricorrere a lui. Così scoprimmo che la vera attività dello “stimato professionista” era praticare l’usura. Falso amico ma vero criminale.

Occorre precisare che, non per sospetto ma per praticità, la contabilità ordinaria delle nostre aziende fu sempre tenuta da mia moglie, diplomata in ragioneria, ricorrevamo al commercialista solo per la consulenza e la supervisione sugli adempimenti fiscali. Per tali motivi il commercialista non fu mai pienamente al corrente del nostro reale stato economico. Forse lo aveva sottovalutato non avendo noi ne il tempo ne la voglia di ostentare un benessere che c’era ma di cui non sentivamo la necessità di fare professione. Avevamo iniziato a lavorare, come imprenditori, da ragazzi ancora studenti, eravamo nati dal niente e godevamo di cose semplici, non nascondevamo, semplicemente trovavamo nel lavoro la nostra ragione di vita e di gioia. Tornare la sera stanchi a casa ci sembrava già di per se un lusso, sapere di essere gli artefici di un qualcosa che, giorno dopo giorno, si accresceva e fortificava ci gratificava. Come un artista che vede nascere dall’inerme blocco di pietra informe la statua che la sua mente ha progettato, così noi progettavamo per il futuro e lavoravamo per far si che quei sogni fossero materia grezza da trasformare in realtà. Vedevamo i giovani che lavoravano con noi crescere insieme a noi, sposarsi, avere figli e ci compiacevamo che essi ci rendessero partecipi della loro felicità. No, non era il realizzarsi di un’utopia, era la realizzazione dell’idea di chi aveva sempre creduto che tra l’imprenditore e suoi dipendenti si potesse instaurare qualcosa che travalicasse il semplice rapporto di lavoro. Il figlio di un modestissimo artigiano non voleva e non poteva, per la sua ideologia, essere il “padrone”, voleva circondarsi di amici collaboratori. Ci crediate o no ci ero riuscito. …

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Informazioni su Luigi Orsino

Studi di medicina non completati per dedicarmi alla vera grande passione della mia vita: Fare l'imprenditore. Purtroppo sul mio cammino ho incontrato un mostro che si chiama camorra contro cui ho lottato duramente e lungamente. Ancora oggi continuo a lottare, e a subire intimidazioni ed attentati, ma per fermarmi dovranno uccidermi. Ma forse da morto la mia voce si leverà ancora più alta e arriverà ancora più lontana. Il mio cruccio? Dovermi confrontare ogni giorno con lo Stato che solo a parole aiuta chi si ribella ma nella realtà ti consegna alla burocrazia che completa l'opera dei camorristi. Amo scrivere, di tutto: articoli, racconti, romanzi, poesie. Gli animali, tutti, sono miei simili. Adoro guidare, in off road soprattutto.

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6 commenti su “Luigi Orsino – LA CAREZZA DEL MALE – Incipit e prologo del mio libro”

  1. Rosa Dice:

    Ho letto e non mi sbaglio. Il libro deve essere una meraviglia….è scritto con un linguaggio che va dritto in ogni cuore. Ho sentito ciò che trasmetti, Luigi: sei grande!
    Rosa Mannetta redazione “Pensare Liberi”

    Rispondi

    • Luca Rivoli Dice:

      Sottoscrivo il commento di Rosa. Dal prologo si evince che è scritto in modo magistrale. Se si trovano i canali giusti sarà un nuovo talento letterario per tutti. Fortunato quel talent scout che saprà cogliere l’occasione!
      Luca

      Rispondi

  2. Luigi Orsino Dice:

    Grazie Rosa, Grazie Luca.
    Spesso la realtà supera la fantasia del più intricato romanzo, spero che la mia esperienza possa servire ad altri per non cadere nello stesso baratro in cui, ancora, mi trovo. Se fosse vero che “ne uccide più la penna che la spada” ho fatto una strage. Nessuno se ne dolga, in verità la penna può colpire solo chi ha un’etica tale da sentire il colpo.
    Spero che un giorno si inizi a fare pulizia e poi… pulendo, pulendo si salga fino in cima.
    Luigi Orsino

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