La diversità consiste nel coraggio di dire la verità. Non ci fermerà nessuno.


« Non temere la sacralità’ e i sentimenti, di cui il laicismo   consumistico ha privato gli uomini trasformandoli in bruti e stupidi automi   adoratori di feticci.›› Pier Paolo Pasolini

De mortuis nihil nisi  bonum (Dei morti non si può dire niente  se non bene). Uno degli autori a cui questa massima latina di Diogene Laerzio è  maggiormente adeguata è certamente Pier Paolo Pasolini. Lo scorso anno si sono celebrati i trentacinque anni dal suo orribile omicidio e molte sono state le  celebrazioni e le manifestazioni che lo hanno commemorato. Peccato che tutto ciò non sia  stato fatto in vita dove Pier Paolo Pasolini, da destra così come da sinistra,  fu violentemente attaccato. Un attacco che oggi, molto semplicisticamente, si  afferma derivare dalla sua omosessualità. Le cose stanno invece in un modo  abbastanza diverso. Certamente un’omosessualità dichiarata come quella di  Pasolini  nell’Italia degli anni ‘60 costituì uno schiaffo morale a  quell’ambiente moralista, bacchettone  e sostanzialmente piccolo-borghese  (anche, se non soprattutto, negli stessi ambienti comunisti). L’eresia, la vera  eresia pasoliniana, è però fondata su ben altro. Un messaggio su cui oggi  bisogna riflettere.

Dati  gli evidenti limiti di spazio non sarà possibile qui analizzare tutta l’opera  letteraria, cinematografica e saggistica di Pasolini (anche se ci auguriamo che  questo modesto articolo possa contribuire a chi ancora non lo conosce di  approfondirlo, e dato il momento di abulia culturale ed intellettuale in cui ci  troviamo a vivere non sarebbe purtroppo una sorpresa), ma cercare di individuare  alcune chiavi interpretative con cui Pasolini intese leggere la  realtà.

C’è  da dire innanzitutto che Pasolini fu, probabilmente insieme al suo amico Alberto  Moravia e a Cesare Pavese, l’ultimo intellettuale italiano degno di questo nome  in un Paese culturalmente emarginato e provinciale come il nostro. Con la parola  intellettuale non vogliamo ovviamente riferirci esclusivamente all’erudito o  solo all’artista(che pure Pasolini fu), ma soprattutto a colui che senza voler  fare dell’arte di propaganda, fu un lucido critico del mondo e della società in  cui viveva. L’abissale differenza con gli attuali narcisisti che si  autodefiniscono “intellettuali” mi pare evidente agli occhi di tutti senza dover  aggiungere qualcosa.

Pasolini non fu infatti, come tanti intellettuali di  ieri e di oggi, un uomo di “partito”. Pur essendo, a suo modo, un marxista egli  non mancò di attaccare duramente il partito comunista per un certo inaccettabile  dogmatismo, così come la Democrazia Cristiana in quanto immagine della  prostituzione politica, la Chiesa e i cattolici per la loro ambiguità, gli  stessi contestatori del tempo in quanto avrebbero di fatto favorito l’abolizione  di un vecchio sistema tradizionale con il dominio del  neo-capitalismo.

Che Pasolini sia  stato elemento scomodo e mal digerito da parte della cultura comunista italiana  è dato dai numerosi attacchi che egli ricevette, in gran parte dei casi anche in  malafede. Esempio tipico fu quello di Alberto Asor Rosa che nel famoso saggio “Scrittori e popolo” accusò  Pasolini di populismo: « Dietro l’ideologia del populismo si profila la presenza di una  cultura, che si fa garante e in un certo senso testimone oggettiva, storica  della visione pasoliniana di popolo. Si fanno i nomi di Croce e Gobetti, quasi a  testimoniare la comparsa di una dimensione morale; si fa, soprattutto, il nome  di Gramsci, e dietro o in Gramsci s’individua la funzione attiva,  rivoluzionaria, di un’ideologia marxista ». In questo giudizio lapidario convive un’opinione comune da parte  dell’ufficialità comunista dell’epoca a proposito di Pasolini. Un etichetta  semplicistica con cui si intendeva attaccare il pensiero e l’opera di Pasolini  perché egli avrebbe attaccato il progressismo della sinistra italiana, il suo  laicismo dogmatico e la sua mancanza di una prospettiva comunitaria. Più che  difendere Pasolini, che certo non ne ha alcun bisogno, mi sembrano queste  affermazioni sintomatiche delle pastoie in cui la cultura comunista si era  impantanata e da cui ancora oggi fatica a  liberarsi.

Celebrando infatti l’antico mondo  contadino Pasolini, più che esprimere una visione reazionaria, intendeva rendere  evidente come la prospettiva del nuovo capitalismo fosse proprio quella di  liberarsi definitivamente degli antichi legami comunitari a cui gli antichi  assetti sociali borghesi erano comunque  vincolati.

Un capitalismo dunque dal volto  ancora più aggressivo e che avrebbe trovato la sua arma principale nel  consumismo di cui il potere autoritario e repressivo della televisione ne era lo  strumento principale avviando un’opera di « acculturazione omologante », non ammettendo altra ideologia che non fosse quella del consumo in base alle  regole di ciò che Pasolini chiama una « Produzione creatrice di  benesser(“Acculturazione  e acculturazione” – 9 dicembre 1973 da “Scritti  Corsari”). La società dei consumi, insomma, era riuscita a realizzare ciò in cui il  Fascismo aveva clamorosamente fallito, un’unione interclassista tra le classi  dominanti e quelle dominate in nome, appunto, del consumo e negando in questo  modo qualunque prospettiva emancipatrice e rivoluzionaria. Di questa deriva  consumistica e falsamente permissiva  Pasolini accuserà principalmente la  cultura comunista(in realtà comunista nominalmente e di sinistra nei fatti)che  aveva creduto di poter risolvere il problema della povertà sostituendo la  cultura ed i modi di vita delle classi proletarie e sotto-proletarie con quella  delle classi dominanti credendo in questo modo, dice giustamente Pasolini, «che la storia non sia e non possa essere che la storia borghese ». Un messaggio più che mai attuale e  sui cui è necessario confrontarsi senza nessuno sconto a chi, ancora oggi,  continua a confondere marxismo con progressismo, Karl Marx con Emma Bonino,  Antonio Gramsci con Marco  Pannella.

«Abbiamo  perso un uomo diverso… e la sua diversità consisteva nel   coraggio di  dire la verità››(Alberto   Moravia –  Orazione funebre ai funerali di Pier Paolo Pasolini)

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37 commenti su “La diversità consiste nel coraggio di dire la verità. Non ci fermerà nessuno.”

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