La caccia

20 novembre 2011

Racconti e Poesie


Incomincio a sentire la stanchezza, ho corso tutta la notte, il buio è totale, il cielo è coperto e non c’è luna, la foresta è buia e silenziosa. Ora sta sorgendo un’alba livida, c’è odore di neve nell’aria, fa molto freddo ed il mio pelo, grigio e folto, è ispido per il gelo. Devo assolutamente trovare una preda, sono giorni che non mangiamo, il resto del mio branco mi segue a qualche ora di distanza, io sono un grosso maschio alfa, un leader. Un lupo. Mi fermo ed ancora una volta alzo leggermente il naso lasciando che il vento mi porti gli odori, c’è muschio, acqua a poca distanza e… finalmente sento qualche cosa. Il mio olfatto sensibilissimo ha colto qualche cosa, qualche molecola è sufficiente, ci metto un po’ per capire: urina di cervo. Forse oggi mangeremo, sento nella mente i segnali dei miei compagni, i loro cuori battono all’unisono con il mio, li sento accelerare l’andatura, sanno che dovremo ricostituire il gruppo di caccia se vogliamo avere qualche probabilità di successo. Nevica, sarebbe stato meglio che non fosse successo ora, così mi è più difficile seguire la scia odorosa lasciata dalla preda. Salgo lungo il pendio, so bene che il cervo è ancora lontano e non riuscirò a vederlo, non ancora, ma da una posizione elevata forse riuscirò a percepire meglio il suo odore. E’ lontano, molto lontano, forse dovremo attendere domani per sfamarci. Sul ciglio del crinale mi fermo, mi siedo e aspetto; devo riposare, quando arriveranno i miei compagni dovrò essere in piena forma per guidare la caccia. In cima al pendio il vento è più forte, folate di vento freddo mi sollevano ciuffi di pelo, ignoro tutto, solo il mio olfatto è attivo al massimo, ecco di nuovo l’odore della preda, un po’ più vicino. Penso al mio branco che si avvicina ed è come se li vedessi: i maschi adulti guidano il gruppo, dietro i giovani maschi e poi le femmine con i cuccioli nati quest’estate. Mi sembra di sentire già in bocca il sapore del sangue caldo quando azzannerò alla gola il cervo, poi lascerò che i miei compagni si sfamino. Un cervo morirà e noi potremo continuare a vivere.”

Improvviso irrompe, un odore nauseante, conosciuto per averlo sentito altre volte in passato, l’odore d’uomo e cavallo, uniti e divisi al tempo stesso. Odore di pericolo, una sensazione di grande ira monta lentamente dentro di me, quell’uomo e il suo cavallo vogliono rubarmi la preda, vogliono sottrarre il futuro al mio branco, alla mia famiglia. Se non mangeremo presto, presto qualcuno di noi morirà d’inedia, l’uomo non ha bisogno del cervo per sfamarsi, per lui è un gioco, un modo per scacciare la noia di una vita troppo agiata, fatta di tavole imbandite e letti caldi, di femmine sempre in calore e solidi rifugi di pietra. Questo aborto di natura vuole portare la morte tra noi per il solo gusto di uccidere, uccidere per cattiveria non per necessità, non posso permetterglielo, devo assolutamente fermarlo, almeno condurlo lontano dal cervo, mostrarmi, offrirmi a lui. So di essere una preda ben più ambita del cervo, le mie carni non sono buone e gustose come quelle del cervo ma io sono una nobile preda, un cacciatore contro un cacciatore. Nessun uomo sarebbe in grado di resistere ad un tale invito. Eppure so che sarà pericoloso, molto pericoloso, difficilmente riuscirò a sopravvivere, il mio avversario è bravo e le sue armi terribilmente efficaci, ma non ho scelta. Segno il punto in cui mi trovo con un getto di urina, un segnale per i miei compagni, e mi getto per la scarpata correndo incontro all’odore del cavaliere e del cavallo, farò in modo che le nostre strade si incrocino per un breve fugace attimo alla giusta distanza, ne troppo vicino ne troppo lontano. Basterà. Il cacciatore umano si accorgerà subito della mia presenza e il cavallo la percepirà ancor prima di lui, i cavalli sono stati nostre prede per centinaia di migliaia di anni ed hanno imparato a percepire la nostra presenza molto prima di vederci o di sentire il nostro odore, sentono i nostri pensieri, la nostra fame, la nostra eccitazione che monta nell’inseguire la preda, è il nostro destino preda e cacciatore, l’intruso è l’uomo. Egli non ha diritti su noi più di quanti ne abbia sul cavallo che monta ma non gli appartiene, perché nessun essere vivente appartiene ad un altro essere vivente, è la legge di natura. La legge che l’uomo per convenienza e per viltà ha volutamente dimenticato, quando egli ha lasciato il giusto sentiero ha perso il diritto di chiamarsi “animale uomo” ora egli è solo uomo. Uomo solo con se stesso, solo con i suoi simili e solo tra i suoi simili, non ha amici ma solo nemici pronti a colpirlo sempre e per ogni motivo, senza onore, senza rispetto. Un essere ripugnante, protervo ed odioso, se solo potessi cibarmi di lui, sarei disposto anche a lasciar andare libero il cavallo, senz’altro più gustoso ed in carne dell’umano.

Le tracce sono chiare e facili da seguire, l’odore di urina con cui il grosso maschio marca il territorio, qualche ciuffo di peli incastrato tra i rovi o sulla corteccia dell’albero dove l’animale si è strofinato per liberarsi dai parassiti, le orme nette nel terreno umido del sottobosco. La neve che incomincia depositarsi al suolo mi faciliterà l’inseguimento, le sue orme saranno visibilissime ed io gli sarò presto addosso. Sarà un magnifico trofeo, questa sera forse, finalmente dopo due giorni di caccia, potrò tornare al mio castello, legherò la grande preda dietro al mio cavallo e, faticando un po’, la trascinerò. Amo cacciare da solo, le grandi battute con molti cacciatori e servi che snidano le prede non mi attirano, ho l’impressione di violare questo mondo incantato che è la foresta; sento la necessità di essere solo a confrontarmi con la natura, solo ad inseguire e colpire la preda, solo ad uccidere. E’ una delle mie regole: rispettare la preda e rispettare la grande foresta, e poi uccidere è un fatto privato, intimo, un rito che deve compiersi tra preda e cacciatore, un confronto ad armi pari nel quale ognuna delle due parti ha la possibilità di prevalere. Io sono a cavallo, armato, ma solo di lancia lunga, niente arco o balestra, la spada ed il pugnale che porto non sono per la preda ma per eventuali aggressori a due zampe. Sono un cavaliere, un nobile, seppur modesto, non posseggo molto, solo il mio castello e questa foresta che costituisce tutto il mio feudo, nessun altro lo vorrebbe, la foresta è povera e produce poco, vivo modestamente. Quel poco di terra che abbiamo sottratto alla foresta la usiamo per coltivare il necessario per vivere, abbattere i grandi giganteschi alberi è difficile e faticoso, poi occorre liberare il terreno dai ceppi e dalle radici ed infine renderlo fertile concimando in continuazione, ma soprattutto occorre aver voglia di violare quell’immenso essere vivente, quell’enorme ammasso di vita che è la foresta ed io non ho e mai ne ho avuto voglia. Non voglio l’annientamento della grande foresta, la amo, amo ogni parte di quell’intricato intreccio di rami, di forme di vita animale e vegetale, quando vi entro lo faccio come un fedele in chiesa, cercando di fare il meno rumore possibile e danneggiare il meno possibile, per questo non uccido mai più di quello che serve. Ora la mia donna è incinta, nostro figlio nascerà presto, in primavera, le serve carne per nutrirsi, brodo per riscaldarsi. Io sono solo un cavaliere che cura e preserva le proprietà del suo signore, la foresta ed il castello, finchè lo farò bene potrò continuare a restare nel mondo che amo e potrà farlo mio figlio dopo di me. Questa foresta è la grande riserva di caccia del Duca, ma per fortuna è troppo selvaggia e troppo lontana dal suo enorme castello, non vi è mai venuto e spero che mai lo faccia, per me sarebbe come se volesse giacere con mia moglie, violare il mio santuario, entrare schiamazzando nella mia chiesa. Io l’ho servito bene in battaglia, sicuramente sarò ancora chiamato a combattere per lui, lo farò volentieri se quello è il prezzo da pagare per tenermi stretto il mio mondo.

Ora avanzo tranquillo in questi due giorni mi sono lentamente ma inesorabilmente avvicinato alla preda, molte volte ho pregato per la mia anima e per l’anima del cervo, questi pensieri li tengo per me, non è permesso esprimere queste opinioni, se ne parlassi con qualcuno questi arriverebbe alla conclusione che sono un eretico o peggio ancora un pagano che venera il bosco e le sue creature. Non è così, il mio è solo rispetto, un grande rispetto, ma in ogni caso giustifico le mie cacce solitarie asserendo che siamo in pochi e che non posso sottrarre nessuno alle altre occupazioni e che in ogni caso è compito del signore del castello quello di cacciare per procurare carne fresca. I contadini sono stati autorizzati a piazzare trappole ai margini della grande foresta ed a catturare solo piccole prede: conigli, lepri, fagiani ed altri volatili, li ho incoraggiati ad allevare maiali, oche e galline ed a raccogliere bacche e ghiande per alimentarli, ma senza spingersi mai nel folto della foresta. Sono sicuro che non lo farebbero in ogni caso, la temono, credono che sia abitata da spiriti, che solo il coraggio di un grande guerriero come me può proteggerlo dal male che vi si annida. Povere anime, non immaginano che la foresta è come una grande madre dalle larghe braccia che ti accoglie e protegge, che le creature che la popolano sono degni di tutto il nostro rispetto ed ammirazione, compreso i lupi fieri e selvaggi e i grandi orsi potenti ed aggressivi, essi sono i cavalieri che difendono la foresta, i soldati che vigilano, sono l’anima guerriera della foresta, le sue armate pronte a difenderla. Fino ad oggi la mia strada non si è mai incrociata con quella di un lupo o di un orso, ne ho visti, molti, ma mai da vicino e mai tanto vicini da essere un pericolo, forse perché io non sono un pericolo per la grande foresta.

Adoro galoppare a briglia sciolte, sentire sul dorso il peso rassicurante del mio padrone, correre per i sentieri della grande foresta o tuffarmi con lui nella mischia in battaglia. So di essere uno splendido animale degno di un cavaliere del rango del mio padrone, sono giovane e forte, intelligente tanto da prevenire, talvolta, i comandi che il cavaliere mi trasmette con le briglia o stringendo le ginocchia, il mio padrone non usa speroni e gliene sono grato, credo che egli mi ami ed io sicuramente amo e rispetto lui.

Ora siamo in caccia, all’inseguimento di un maschio di cervo, presto lo raggiungeremo e, come sempre, il mio padrone mi lancerà alla carica fino ad arrivare a ridosso della preda, solo allora affonderà la sua lunga lancia nel corpo della grande bestia, cercherà di dargli una morte rapida ed onorevole, ma se il cervo cadrà soltanto egli smonterà e rapidamente lo finirà con un preciso colpo di pugnale. La caccia mi eccita, mi eccita l’inseguimento, seguire le tracce della preda, raggiungerla e vederla cadere sotto il colpo portatati con mano ferma dal mio padrone, l’odore del sangue della vittima mi entra nelle narici, mi scuote il corpo, mi sento eccitato ed appagato al tempo stesso, come se a vibrare il colpo mortale fossi stato io. Dipendesse da me caccerei tutti i giorni, invece il cavaliere preferisce farlo solo quando lo ritiene necessario, così capita che per lunghi giorni io sia costretto a poltrire nella stalla, un ambiente pulito, dove sono ben tenuto ed accudito, come si conviene al cavallo di un eroico cavaliere, ma l’inattività la odio. Restare chiuso nella stalla mi mette di cattivo umore, mi rende ombroso e a volte lo sono tanto che il ragazzo che deve occuparsi di me ha paura ad avvicinarsi, allora il cavaliere, che ben mi conosce, mi fa sellare e usciamo dal castello per una lunga cavalcata, una bella corsa è comunque piacevole, non è una battuta di caccia ma è meglio che starsene al chiuso.

Forse presto torneremo in battaglia e sarà ancora meglio che cacciare. Tanti altri cavalli, tanti cavalieri, tanta eccitazione nell’aria e poi via la carica e lo scontro: cavallo contro cavallo, cavaliere contro cavaliere, colpi vibrati, colpi schivati ed altri andati a segno e sangue, tanto sangue dappertutto. Potrei morire, o potrebbe morire il mio padrone, lo so bene, ma l’eccitazione ed il piacere dello scontro sono più forti della paura della morte. Sono sicuro di essere il miglior cavallo che un cavaliere possa desiderare.

L’odore dell’uomo e del cavallo si è fatto molto forte, ormai è certo: sono sulle tracce della mia stessa preda. Non posso lasciare che me la portino via, la vita del mio branco dipende da quella preda, accelero il passo e quasi corro, ho deciso: incrocerò la mia strada con quella dell’uomo e del cavallo, farò in modo di distrarli, magari inseguiranno me, e il mio branco potrà raggiungere per primo la preda, ucciderla e cibarsene. So bene che la mia decisione comporta un grande pericolo, appena l’uomo si accorgerà di me cercherà di uccidermi e le sue armi sono potenti, probabilmente la mia esperienza, conoscenza del terreno e velocità non basteranno a salvarmi la vita, ma salverò la vita dei miei compagni, i cuccioli vivranno ed io continuerò a vivere attraverso loro, questo è il destino di un leader.

Dall’odore e dalla direzione delle tracce mi accorgo che il grande maschio di cervo si è diretto verso il burrone, dove la montagna si spacca la dove quando la neve si scioglie sulle alte vette un impetuoso torrente scorre rumoroso, ma poi ha deviato, solo sfiorando il ciglio del burrone per dirigersi verso il cuore della grande foresta, la dove la neve si fermerà sui rami alti e al di sotto vi sarà ancor, a lungo pascolo. L’uomo presto si accorgerà di questa deviazione e cercherà di tagliare la strada al cervo, sento i miei compagni accelerare a loro volta il passo, sento i loro cuori battere più velocemente, sento che hanno capito le mie intenzioni e vi si stanno adeguando, lo sento ma non sono le mie orecchie a sentire, sento, semplicemente sento.

L’uomo ed il cavallo sono davanti a me, io non li vedo ancora e loro non vedono ancora me, forse il cavallo incomincia a percepire qualcosa, nell’aria colgo un leggero cambiamento nell’odore dell’animale, forse il suo istinto lo sta mettendo in guardia, devo fare presto o si accorgerà della mia presenza e poi l’uomo si accorgerà della paura del cavallo e si metterà anche lui sulla difensiva. Tutto sta cambiando velocemente ed inaspettatamente, quella che era una caccia ad un cervo, per sfamare la mia famiglia, si sta trasformando in uno scontro mortale con il peggiore dei nemici: l’uomo. Ora corro, devo fare presto, non potrò reggere a lungo questo ritmo, sono giorni che non mangio, sono calato di peso e i miei muscoli si sono indeboliti. Corro, devo raggiungere l’uomo ed il cavallo, non ho altre scelte, devo fermarli, in qualsiasi modo devo evitare che uccidano il cervo, devo evitare che condannino a morte certa la mia famiglia. L’uomo ed il cavallo sono arrivati al limitare del burrone, sono sconcertati, le tracce si sono fatte rade, girano in tondo per cercarle, loro non hanno la mia capacità di percepire la realtà sotto forma di odori. Mi pongo sottovento e ventre a terra striscio dall’alto della collinetta che fronteggia il burrone, finalmente li vedo: cavallo e cavaliere. Sono orribili, sembrano un solo enorme animale, sputato dal profondo della terra per portare morte e distruzione, li temo, ma non mi fanno paura, ora so che cosa fare, so quale sarà il mio destino, so che farò ciò che va fatto. Striscio ancora per alcuni metri, poi mi rizzo e corro velocissimo, un salto e azzanno il cavallo alla gola, un lungo fiotto di sangue stria di rosso la mia candida pelliccia, l’animale colto di sorpresa si dibatte, scalcia, alza il muso trascinandomi in alto, ma io non mollo la presa. Il cavaliere solo ora si rende conto di ciò che accade e con la lunga lancia cerca di colpirmi, inutilmente, i movimenti inconsulti del cavallo rendono vana ogni sua reazione, ci prova e poi ancora, ma i colpi fendono l’aria, io affondo ancora di più i miei denti affilati nel collo del cavallo che perde grandi fiotti di sangue che si sparge intorno e su di me, l’animale, inconsapevole, arretra. Il cavaliere si accorge del pericolo e tira le redini, ma è tardi il cavallo non lo può sentire, il dolore che prova lo attanaglia, la paura lo sconvolge, ormai sa di essere morto, indietreggia ancora, stringo e lui indietreggia ancora di un passo, l’ultimo. Dietro di lui si apre il vuoto e precipita, il cavallo precipita, l’uomo precipita, io precipito.

Il mio branco d’improvviso ferma la sua corsa, tutti tacciono, restano in ascolto, poi capiscono e all’unisono lanciano un unico lunghissimo ululato che riecheggia per tutta la grande foresta, il sangue gela nelle vene degli abitanti della foresta, poi ognuno cerca scampo e riparo, anche il grande maschio di cervo. Ma ormai egli non è più in pericolo oggi il mio branco si sfamerà con carne di cavallo e d’uomo e facendolo renderanno onore al loro leader.

Luigi Orsino

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Informazioni su Luigi Orsino

Studi di medicina presso l'Università Federico II di Napoli. Imprenditore, scrittore, blogger. Molto attivo nel contrastare la criminalità organizzata, camorra ed ogni altra mafia, contro cui ho lottato duramente e lungamente. Ancora oggi continuo a lottare, e a subire intimidazioni ed attentati, ma per fermarmi dovranno uccidermi. Amo scrivere, di tutto: articoli, racconti, romanzi, poesie. Gli animali, tutti, sono miei simili, il lupo è il mio animale "Totem". Adoro guidare, in off road soprattutto.

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6 commenti su “La caccia”

  1. Barbara Ciocche Dice:

    Luigi i miei complimenti !!
    E’ un racconto stupendo, mi sono deliziata nel leggerlo.

    Barbara

    Rispondi

  2. giovanni pancari Dice:

    elevata sensibilità di trasferirti nell’animo degli altri…….

    Rispondi

  3. giuseppe bresciani Dice:

    Mi complimento per la sua sensibilità e capacità affabulatoria.
    to dalla parte degli animali, sempre. Forse perché in ogni essere umano dorme l’animale che fummo all’inizio della nostra evoluzione spirituale.

    Rispondi

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