Quanti milioni di euro diamo ogni anno ai giornali per farci ingannare e disinformare?

2 dicembre 2011

Politica e Istituzioni


Prima bastava essere organi di partito (quando un “partito” era fatto da due  parlamentari) poi una cooperativa ma senza obbligo di mutualità. In cambio lo  Stato, se sei un giornale, elargisce con generosità fondi. Sono i finanziamenti  diretti, di cui godono i giornali enti morali o di partito o cooperative. Ecco  come funzionano con tutte le cifre riportate nella nostra  infografica.

E questo senza contare i finanziamenti occulti e gli introiti milionari provenienti dalle pubblicità!

All’estero, soprattutto negli USA, i giornali subiscono la forte concorrenza dei blog e dei canali di libera informazione, libera dai poteri forti, ma anche deboli.

Siamo rimasti colpiti dal livello di informazione che hanno dimostrato i manifestanti a Wall Street; persone prese a caso che davano per scontata la differenza tra economia e finanza, una sottigliezza da blogger informato sui fatti, inoltre non hanno mai fatto il nome di Obama come colpevole della crisi profonda nazionale e internazionale.

In Italia si sa, siamo ancora a Santoro, Travaglio, Feltri, Ferrara e Belpietro. Ne abbiamo già parlato e ne parleremo ancora.

Nei giorni scorsi ben 64 direttori hanno espresso le proprie  preoccupazioni al presidente Giorgio Napolitano in merito al serio  rischio di tagli al fondo per l’editoria con una lettera-appello. A motivare la  protesta e la richiesta di interventi presso il Governo affinché i tagli siano  revocati, la preoccupazione di tutelare il pluralismo dell’informazione.  L’appello è stato subito raccolto da Napolitano, che con una missiva di risposta  ha garantito una presa di posizione in materia chiara. A mancare è tuttavia una  seria discussione in grado di riflettere su quanto accade oggi, in materia di  finanziamenti pubblici per i giornali e riviste. Il vero problema,  sostanzialmente, è che ogni tipologia di finanziamento statale vizia ed altera  quelli che sono gli equilibri di mercato; facilmente comprensibile che chi  ottiene risorse in più, parta avvantaggiato rispetto ad altre realtà editoriali  che preferiscono rimanere sul mercato con le proprie forze e senza aiuti che non  siano quelli legati alla pubblicità ed alla fedeltà dei lettori.

A pagare la sopravvivenza di buona parte dei quotidiani italiani, ça  va sans dire, sono i contribuenti. La domanda di fondo è: perchè tutti  i cittadini devono contribuire all’uscita di pubblicazioni delle quali, spesse  volte, non condividono neppure in parte opinioni ed idee? Occorre precisare,  anzitutto, che la stampa in toto gode, senza esclusione, di sostegni  particolari. Si tratta tuttavia di agevolazioni sui servizi piuttosto modeste,  spesso legate esclusivamente ai contratti d’affitto agevolati e rimborsi spese  per i costi della luce e dell’utilizzo del telefono. Si tratta solamente della  minuscola punta di un iceberg mastodontico, che ogni anno costa allo Stato cifre  ragguardevoli che oscillano statisticamente (ogni anno è una storia a sè) tra i  450 ed i 700 milioni di euro.

Per capire come si è arrivati a queste cifre, occorre fare un passo  indietro. La prima legge che stabilisce quote di finanziamenti pubblici  per l’editoria risale al 1981, sotto la presidenza di Arnaldo Forlani, leader  della Dc. Il testo, specifica che qualsiasi quotidiano faccia richiesta di  finanziamenti statali debba avere come requisito imprescindibile quello di  essere riconosciuto un giornale ufficiale di partito. La spesa annua, arriva  subito a toccare l’equivalente di 28 milioni di euro, media che si protrae per  sei anni. In data 25 febbraio 1987, la nuova legge sulla “Disciplina delle  imprese editrici e provvidenze per l’editoria” introduce una novità che, di  fatto, rende possibile a tutti o quasi di accedere ai finanziamenti pubblici,  con conseguente impennata di costi.

La soglia minima dei deputati necessari per dichiarare che un foglio  è organo di partito, infatti, si abbassa a due soli parlamentari.  Cominciano così a nascere testate di ogni tipo, che si rifanno alle più  improbabili formazioni istituzionali, con il solo scopo ultimo di attingere ai  soldi messi a disposizione dallo Stato. Questo sistema, ha consentito non solo  il fiorire di realtà editoriali inesistenti (introvabili nelle edicole e con  attività di pura facciata), ma anche la costruzione di mentalità clientelari in  grado di rapporti bidirezionali tra politica e carta stampata che hanno sempre  più avvelenato l’editoria. Nel 2001, la legge cambia di nuovo: per poter  continuare ad usufruire dei finanziamenti, è necessario diventare una  cooperativa a tutti gli effetti ma senza obblighi di mutualità, contrariamente  alle vere coop. come il quotidiano il manifesto. Con un decreto legge contenuto  nella manovra finanziaria del 2001, la legge assume infatti connotati più  restrittivi, lasciando però la scappatoia di cui sopra: le imprese editoriali  che diventano legalmente cooperative, potranno seguitare a beneficiare dei  contributi. Un escamotage che verrà utilizzato da ben 17 giornali su 31, seppure  con modalità differenti.

Mentre tanti trasformano infatti la veste prettamente giuridica  dell’impresa in cooperativa, molti altri cedono la testata ad una  società cooperativa creata ad hoc. I primi beneficiari sono i giornali organi di  partito o pseudo tali, che raggiungono quota 22. Tra i vari Il  Riformista, L’Opinione delle Libertà e Il Denaro, oltre a Il Foglio e Libero. Quest’ultimo, nasce come Opinioni  Nuove – Libero Quotidiano, fondato da Vittorio Feltri, e per ricevere i  contributi statali viene stretto un accordo con il Movimento monarchico italiano  (Mmi). Come riporta il sito del partito, “la testata Opinioni Nuove, di  proprietà della Cooperativa Alberto Cavalletto (formata da esponenti dell’Mmi)  viene affittata alla Vittorio Feltri Editrice srl per la durata di cinque anni.  In cambio, la Direzione di Libero si “impegna a sostenere la linea politica del  Movimento”. Il Foglio di Giuliano Ferrara, invece, è stato tra i primi – nel lontano 1997 – a sfruttare l’opportunità dei contributi statali,  trasformando il giornale d’opinione (tra gli editori Veronica Lario, moglie di  Berlusconi, e il deputato del Pdl Denis Verdini) in un organo stampa di  partito.

Il minuto ma pungente Foglio, diventa “Organo della Convenzione per  la Giustizia”, un gruppo composto dal senatore e filosofo di Forza  Italia Marcello Pera e Marco Boato, Partito Radicale e Verdi. L’anno seguente  alla fondazione del quotidiano, Boato interrompe il sodalizio con Pera e viene  rimpiazzato da Sergio Fumagalli, esponente dei Socialisti Democratici Italiani.  Con questi iter burocratici, lo Stato italiano è arrivato a spendere la bellezza  di 667 milioni di euro all’anno. Un minimo cambio di rotta avviene nel 2008,  quando il governo lavora su un decreto poi approvato il 25 giugno: viene  effettuato un taglio abbastanza consistenti ai fondi dell’editoria definiti  diretti, solitamente calcolati sull’entità delle tirature ed il numero di copie  effettivamente vendute. Mentre i tagli ai finanziamenti indiretti (trasporto,  carta e spese telefoniche) hanno quasi toccato l’osso, aggirare i regolamenti  approssimativi dei fondi diretti è ancora semplice: il numero di tirature e di  copie vendute di un quotidiano, determina anche l’ammontare della cifra  complessiva destinata a coprirne le spese.

Questa consequenzialità logica fa sì che i quotidiani stampino in  maniera spesso indiscriminata – salvo poi regalare numerose copie a  scuole, alberghi, metropolitane – per raggiungere la soglia minima di vendite  stabilite per poter poi usufruire dei fondi. L’effetto immediato dei tagli, che  potrebbero essere messi in atto con intensità ancora maggiori entro i prossimi  mesi, provocherà la chiusura di alcune testate importanti e che da sole  faticosamente riescono a sostentarsi, uno su tutti il manifesto. Le cifre  abnormi che i contribuenti destinano ogni anno alle più disparate pubblicazioni  editoriali, serie o meno serie, rischiano però di diventare facile preda della  mentalità antipolitica imperante. È vero che, adducendo come scusante il pur  nobilissimo principio della garanzia alla pluralità d’informazione, sono stati  elargiti finanziamenti a dir poco mostruoso; è altresì vero che ci sono  squilibri interni al mondo tecnico dell’editoria che comportano sempre più  l’apertura di una voragine poco incoraggiante.

Senza una legge adeguata in materia, lo Stato si trova ogni anno a  dover sborsare soldi su soldi per mantenere le testate minori. Questo  avviene a causa della sproporzione totale con la quale la pubblicità viene  diluita: il 75% degli introiti pubblicitari, infatti, sono destinati alla  televisione, ed in percentuale attorno al 25% esclusivamente ai grandi gruppi  come Mondadori ed Rcs. Logico che testate minori restino escluse dal grande giro  pubblicitario che di fatto, assieme al finanziamento statale, determina lo stato  di salute di ogni giornale. Senza fondi, i posti di lavoro in bilico sono  migliaia. Sarebbe sufficiente regolare e limare le norme in vigore, vigilando  sull’operato effettivo dei quotidiani.

Alcune pubblicazioni, si veda L’Avanti! del latitante Valter  Lavitola, hanno per anni ricevuto finanziamenti onerosi per senza  essere neppure in edicola regolarmente come si conviene ad un quotidiano.  Paradossalmente, azzardando un paragone rischioso, in Europa i quotidiani non  ricevono alcuna sovvenzione, eppure godono di buona salute e le condizioni dei  giornalisti sono nettamente migliori delle nostre. Un dato fondamentale da  tenere presente, infatti, è che nonostante la fittissima pioggia di  finanziamenti che cadono copiosi su giornali e giornaletti, la condizione reale  dei giornalisti medi è sempre peggiore: collaborazioni mal retribuite,  difficoltà nel trovare un lavoro stabile ed una pensione sicura.

Il mondo dell’editoria italiana, più che di tagli indiscriminati e che colpiscono alla cieca solo le piccole realtà del settore,  necessiterebbe di una grande riforma strutturale: cominciando dall’abolizione  dell’ordine dei giornalisti ed arrivando a considerare con serietà il futuro  dell’informazione sul web. Internet è la cruna dell’ago dentro la quale passerà  la storia del giornalismo di un futuro medio-breve, nel quale il suo utilizzo  sarà assolutamente complementare alla classica edizione cartacea dei quotidiani.  In definitiva, sforbiciare senza nuove proposte per modificare l’assetto  editoriale e strutturale della stampa, significa dare una soddisfazione  solamente simbolica agli iper-critici professionisti della piazza. Una magra  vittoria per tutti, giornalisti e lettori compresi.

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