Cina – I potenziali nuovi padroni del mondo – Esecuzioni pubbliche e traffico di organi

14 dicembre 2011

Cambiamento Globale


Oggi in Cina migliaia di persone, accusate spesso nel corso di processi sommari, sono condannate a morte mediante la fucilazione, eseguita di frequente davanti ad un pubblico appositamente convocato che include studenti universitari, scolaresche delle scuole medie e parenti dei condannati, cui inoltre spetta l’onere di pagare il costo delle pallottole usate contro i loro congiunti. Continua dai tempi di Mao Zedong l’uso di trasportare i condannati al luogo dell’esecuzione su autocarri scoperti. Tutti quelli che assistono debbono meditare sulle tragiche conseguenze cui conduce trasgredire la legge, giusta o ingiusta che sia.

Amnesty International e altre organizzazioni umanitarie internazionali segnalano da tempo questa orribile pratica. Nel Rapporto 2006 Amnesty International denuncia le migliaia di esecuzioni, l’aumento di iniezioni letali per uccidere i prigionieri e facilitare l’espianto di organi freschi, nonché gli alti profitti derivanti dalla loro vendita (Nota 1).

Il numero delle esecuzioni capitali è ancora considerato segreto di stato in Cina. Durante un’intervista all’Agenzia Reuters nel febbraio 2006, Liu Renwen dell’Accademia Cinese delle Scienze Sociali conferma che il numero delle uccisioni annuali è tra 8.000 e10.000 (Nota 2). Il sistema giudiziario cinese è approssimativo e corrotto, privo delle minime garanzie legali per gli accusati; a prova di ciò, nella stessa comunicazione della Reuters, si descrivono due casi: quello di un macellaio accusato e ucciso per avere assassinato una cameriera, successivamente ritrovata viva e vegeta, e la vicenda di un marito incarcerato 11 anni per l’assassinio della propria moglie, rintracciata in seguito viva e sposata a un altro uomo. Un rapporto dell’organizzazione internazionale Human Rights in China (Nota 3) denuncia il caso del diciottenne Hugejileitu, ucciso nel 1996. La sua famiglia, venuta a conoscenza della testimonianza di un altro detenuto, aveva accusato la polizia di aver torturato il giovane. Nel 2005, quasi dieci anni dopo la sua morte, l’agenzia di stampa Xinhua informa che il vero assassino aveva nel frattempo confessato di essere l’autore dell’omicidio per cui Hugejileitu era stato accusato.

Ricordiamo che Manfred Nowak, l’inviato delle Nazioni Unite che ispezionò nel dicembre 2005 alcune prigioni, ha denunciato l’uso continuo della tortura e chiesto al governo di Pechino di abolire le esecuzioni capitali per i colpevoli di crimini non violenti o di natura economica. In un altro suo rapporto del 10 marzo 2006, ha denunciato anche le confessioni estorte con la tortura.

Non soltanto le organizzazioni umanitarie e la stampa internazionale hanno sempre denunciato le esecuzioni capitali in Cina. Il Parlamento Europeo, nel febbraio del 2007, ha chiesto un’immediata moratoria sulla pena di morte e ha dichiarato che, su un totale di 5.420 esecuzioni (dati ufficiali), almeno 5.000 sono state realizzate in Cina, e cioè circa il 91% del totale mondiale di esecuzioni capitali (Nota 4). Anche il Parlamento Italiano durante la seduta del 12 dicembre 2006 ha condannato la mancanza dei principifondamentali nel sistema giudiziario cinese e l’aumento del numero delle pene capitali in Cina (Nota 5).

Inoltre un membro dell’Assemblea del Popolo, il prof. Chen Zhonglin, ha dichiarato nel marzo 2004 che il numero di esecuzioni capitali in Cina è di circa 10.000 all’anno (Nota 6). In un comunicato del 9 febbraio 2005, Amnesty International ha affermato che si sta verificando un grande aumento delle esecuzioni capitali in Cina e la pratica del “colpisci duro”, che tende ad aumentare il numero delle esecuzioni durante i periodi delle festività, continua ininterrotta. L’organizzazione umanitaria ha dichiarato che almeno 200 esecuzioni sono state effettuate nelle due settimane precedenti l’inizio dell’anno lunare, il 9 febbraio 2005, e che almeno 650 altre uccisioni sono state riportate dalla stampa locale tra il dicembre 2004 e il gennaio 2005 (Nota 7).

Perché si viene uccisi in Cina oggi? Nel 1989 i reati puniti con la pena di morte, previsti dal codice penale, erano venti, ora sono sessantotto. Tra questi ultimi: frode fiscale, contrabbando, traffico d’arte, violazione di quarantena se ammalati, reati per danni economici, appartenenza anche indiretta ad “organizzazioni illegali”, ecc. L’allargamento dell’area dei delitti repressi con la punizione capitale non promette nulla di buono, considerando anche la superficialità dei tribunali, che celebrano processi privi di garanzie legali per gli accusati.

Ricordiamo il caso dell’uiguro Ismail Semed, ucciso il 9 febbraio 2007 dopo la condanna pronunciata dal Tribunale del Popolo della città di Urumqi, nella provincia dello Xiniang. L’accusa era quella di secessione, di ”voler dividere la patria”. Nello Xiniang, infatti, vive una minoranza di circa 40 milioni di persone di religione musulmana, continuamente perseguitata dal regime. La moglie di Ismail racconta, in un comunicato di Voice Free Asia (Nota 8 che il marito, durante un breve incontro di pochi minuti prima di essere ucciso, le ha rivelato che la sua confessione era stata ottenuta con la forza e le raccomandava “di pensare ai figli e di educarli bene”. Lo stesso destino hanno sofferto Wang Zhedong, condannato a morte dal Tribunale di Yingkou per frode nel marzo del 2007, e Zhao Yanbing, operaio edile, condannato a morte dal Tribunale Popolare di Linfen nella provincia di Shanxi nel luglio del 2007 (Nota 9). Ugualmente il Tribunale n. 1 di Pechino ha condannato a morte nel luglio del 2007 Zheng Xiaoyu, capo dell’agenzia cinese che si occupa della regolamentazione dei prodotti alimentari e farmaceutici. Nell’accusa di corruzione, a lui rivolta, per avere accettato denaro in cambio dell’approvazione di medicinali contraffatti, con il rischio di danneggiare l’immagine della Cina e provocare ripercussioni economiche negative per la finanza cinese, non si accennava affatto alla salute dei pazienti. La stampa internazionale si è occupata di questo caso. Un articolo del Washington Post ricorda che “mentre Mao considerava il denaro un nemico della rivoluzione, ora il denaro è la base della nuova ideologia” ( Nota 10).

Di queste persone è giunta almeno notizia, ma degli innumerevoli altri?

In seguito all’aumentata pressione internazionale, il regime cinese ha approvato nel 2006 una legge secondo la quale dal gennaio 2007 tutte le esecuzioni capitali devono essere riviste e convalidate dalla Corte Suprema del Popolo perché ne sia assicurata la validità.

Come descrive il recente rapporto di Human Rights in China (Nota 3), le nuove riforme e leggi introdotte dal regime comunista dall’ottobre 2006 al marzo 2007 prevedono la revisione di tutte le pene capitali da parte della Corte Suprema, il rifiuto di confessioni ottenute mediante la tortura e l’originale disposizione che i giudici della stessa Corte Suprema debbano, per principio, interrogare l’accusato. Quante corti supreme occorrerebbero in un paese con 1.300.000.000 abitanti?

Il nuovo principio adottato dal partito sarebbe di “uccidere meno educcidere con attenzione”. Tuttavia, come giustamente denuncia il rapporto, quale valore possono avere tali misure in un sistema dove l’attività di tutti i tribunali è diretta dal comitato legale-politico del partito comunista, da cui i giudici dipendono per la carriera, i salari e gli altri benefici; dove esiste il segreto di stato sulle procedure legali, sul numero delle esecuzioni, sulle prove e le motivazioni che hanno portato alla pena capitale; dove si usa la tortura per ottenere le confessioni; dove non esiste la minima garanzia di un processo equo e di presunzione di innocenza almeno fino a quando si è riconosciuti colpevoli; dove spesso gli avvocati della difesa sono intimiditi, picchiati, arrestati; dove l’ avvocato difensore non può interrogare i testimoni? La risposta a questo interrogativo è intuitiva.

Se incutere paura al popolo è il primo scopo delle esecuzioni, il secondo è l’espianto di organi freschi a scopo di vendita, spesso senza il consenso delle vittime o dei parenti. Migliaia di fegati, reni e cornee cinesi sono immessi nel mercato internazionale del traffico d’organi, anche via internet. Secondo le organizzazioni umanitarie internazionali, il 95% viene dai corpi dei condannati a morte. Il governo cinese ha sempre negato queste accuse. Solo nel novembre del 2006 un altissimo funzionario del Ministero per la Salute, Huang Jefu, ha riconosciuto, durante una conferenza di chirurghi a Guangzhou, che “ a parte un piccolo numero di vittime di incidenti di traffico, la gran parte di organi espiantati viene da prigionieri uccisi” (Nota 11).

Gli organi vengono espiantati subito dopo l’esecuzione e trasportati in apposite ambulanze. Vi sono oggi almeno 600 ospedali specializzati in questo traffico ed i relativi profitti sono altissimi, se si considera il prezzo di vendita degli organi che spesso arriva a decine di migliaia di dollari.

Recentemente il governo cinese ha approvato alcune leggi atte a regolarizzare il “mercato nero” degli organi umani. Secondo queste normative, la precedenza nella distribuzione degli organi andrebbe ai cittadini cinesi, i chirurghi cinesi non potrebbero viaggiare all’estero per effettuare espianti e, soprattutto, il consenso del prigioniero per la donazione dei propri organi dopo la morte dovrebbe essere obbligatorio. Tuttavia, come denuncia Human Rights Watch in un reportage della CNN dell’11 febbraio 2007, “…parliamo di condannati a morte che possono essere soggetti a qualunque pressione, e quindi il loro non può essere un gesto volontario” (Nota 12). Soprattutto in Cina dove, spesso, le confessioni sono ottenute mediante la tortura.

Ricordiamo inoltre che la cultura tradizionale cinese è contraria a qualunque manomissione del corpo, e quindi all’espianto, perché la salma del defunto deve essere integra e intatta, per il rispetto dovuto agli antenati.

Ancora più spietata appare perciò la persecuzione contro i Falun Gong o Falun Dafa. E’ questo un movimento religioso non violento, basato sulla tolleranza, la ricerca della verità e la compassione. Riunisce aspetti del Confucianesimo, del Buddhismo e del Taoismo, e insegna metodi di meditazione attuati attraverso esercizi ginnici, che hanno lo scopo di migliorare il benessere fisico e spirituale dei praticanti, preservandone la salute. Alla fine degli anni Novanta in Cina vi erano quasi 100 milioni di praticanti del Falung Gong, inclusi numerosi gerarchi del partito. Il Partito Comunista, però, non poteva accettare il fatto che, dopo 40 anni di martellante indottrinamento marxista, ancora tante persone ricercassero altrove una guida morale e spirituale. Jang Zemin, perciò, iniziò dal 20 luglio del 1999 una persecuzione efferata contro i praticanti del Falun Gong. Da allora i Falung Gong vengono arrestati, imprigionati nei campi di lavoro forzato, i laogai, uccisi, e i loro organi espiantati e venduti sul mercato internazionale degli organi. Successivamente spesso i loro corpi vengono cremati per cancellare la prova del crimine commesso. Dal 1999 il movimento denuncia le migliaia di esecuzioni capitali ed espianti di organi alla comunità internazionale. David Kilgour, ex membro del Parlamento Canadese ed ex segretario di stato dello stesso governo canadese, con David Matas, avvocato, ha pubblicato nel luglio del 2006 un rapporto sulla “Conferma di espianti di organi a praticanti del Falun Gong”. Questo rapporto è stato rivisto ed aggiornato nel gennaio 2007 (Nota 13). Nel documento si elencano le prove degli arresti di massa, delle repressioni, delle uccisioni, si documentano le salme private di organi e i corpi cremati dopo l’esecuzione, si intervistano le vittime e si forniscono i prezzi di vendita degli stessi organi. Poiché, ricordiamolo, nella Cina capital-marxista oggi il nuovo Dio è il Denaro. Gli autori concludono il rapporto confermando che, sulla base della loro investigazione, le accuse sono vere e il governo cinese dal 1999 ha fatto uccidere innumerevoli praticanti del Falun Gong, facendo espiantare, contro la volontà dei proprietari, i loro organi vitali, inclusi il cuore, i reni, il fegato e le cornee, per poi metterli in vendita ad alti prezzi sul mercato degli organi. Tale pratica satanica continua tuttora.

Le esecuzioni capitali, con la relativa vendita degli organi, sono uno dei principali fenomeni che derivano dal mancato rispetto dei diritti umani in Cina. Evidenziano la precarietà e la corruzione del sistema giudiziario cinese e la mancanza di garanzie per chi è arrestato; mettono in luce la violazione dei principi etici e morali insita nell’’espianto degli organi senza il consenso del condannato. Il 17 aprile 2006 ventotto membri del Congresso Statunitense hanno scritto una lettera al Presidente Cinese Hu Jintao per denunciare questa pratica orrenda e chiederne la cessazione (Nota 14). Lo stesso Congresso USA ha dedicato un’audizione del Comitato per le Relazioni Internazionali a questo argomento il 29 settembre 2006 (Nota 15). Alla seduta hanno partecipato come testimoni anche Harry Wu, Presidente della Laogai Research Foundation di Washington, Thomas Diflo, sanitario del Centro Medico dell’Università di New York, e Wang Guoqi, ex medico di un ospedale militare cinese.

La ricerca del profitto a tutti i costi conduce anche a pratiche mediche molto rischiose. Infatti l’agenzia di stampa AFP informa, in un comunicato del 14 marzo 2006, che il Ministro della Salute giapponese ha ordinato un’inchiesta sulla fornitura di organi a pazienti giapponesi, dopo che almeno sette di questi sono morti in seguito a trapianti effettuati in Cina (Nota 16).

Il traffico forzato di organi ottenuti senza l’assenso dei donatori ha provocato la pubblica riprovazione e la condanna di numerose organizzazioni mediche. Il prof. Francis Demonico, della Canadian Transplantation Society, si è opposto recisamente all’uso di organi dei condannati a morte per gli espianti poiché “la crescente richiesta di organi sembra causare una crescente domanda di esecuzioni capitali” (Nota 17). Anche il prof. Stephen Wigmore, della British Transplantation Society, durante un’intervista con la BBC nell’aprile del 2006, ha affermato: “…una montagna di testimonianze e prove suggerisce che gli organi dei condannati a morte sono espiantati senza il loro consenso; la velocità con cui si possono trovare gli organi adatti ai pazienti sembra anche confermare che i prigionieri sono selezionati prima dell’esecuzione a seconda del tipo di sangue e di organo da trapiantare” (Nota 18). Attualmente due ospedali del Queensland in Australia hanno deciso di cessare l’addestramento di chirurghi cinesi per non favorire questo macabro traffico a scopo di profitto (Nota 19).

La CBS, stazione televisiva americana, ha denunciato nell’aprile del 2007 la tragedia di Meng Zhaoping, contadina cinese, il cui figlio venne ucciso nel gennaio del 2005 senza che le fosse possibile rivederlo né prima né dopo l’esecuzione. Meng Zhaoping si è recata numerose volte sia al tribunale provinciale che a Pechino per chiedere informazioni sull’uccisione del figlio e sul luogo della sepoltura. Dopo due anni di tentativi falliti e di silenzio delle autorità, Meng Zhaoping ha dedotto che gli organi del figlio devono essere stati espiantati. Ha confermato inoltre che nel suo testamento questi non menzionava la donazione degli organi. “Tutto quello che volevo era vederlo un’ultima volta. Era mio figlio, perché non mi hanno permesso di dirgli una sola parola?” conclude Meng Zhaoping (Nota 20).

Questo è il vero volto della Cina che nessuna iniziativa diplomatica, interesse economico- finanziario e/o di circostanza, può riuscire a nascondere. Eppure l’occidente ha detto “sì” alle Olimpiadi di Pechino, profanando l’antica celebrazione dei giochi in onore di Zeus Olimpio, che interrompevano la guerra e, attraverso i secoli, sono giunti fino a noi, reinterpretati come simbolo di pace, giustizia, solidarietà, amicizia tra i popoli, oltre che di impegno nell’educazione del proprio corpo allo sport e alla vittoria.

La stampa internazionale, Amnesty International, Human Rights Watch, la Laogai Research Foundation e numerosi politici e deputati di vari paesi non si stancano di condannare le esecuzioni capitali e la vendita degli organi dei condannati a morte.

Oltre al Congresso USA, i giornali e le riviste menzionati in questo capitolo, anche la Commissione Europea ha espresso dubbi sulle recenti regole introdotte dal governo cinese sull’espianto degli organi, poiché non tengono conto dell’assenso del donatore, soprattutto nel caso di persone morte in carcere o giustiziate (Nota 21). Il Parlamento Irlandese, un senatore belga, che ha condotto un’ inchiesta a carattere personale fingendosi in cerca di un rene, e numerosi parlamentari e membri del governo australiano confermano la loro condanna per questo traffico raccapricciante, che utilizza il corpo umano come fonte di alti profitti per i membri del governo, le autorità e gli ospedali cinesi (Nota 22).

Purtroppo, le esecuzioni capitali e la vendita degli organi sono solo una parte dell’attuale realtà cinese e della pedagogia del terrore, coperta da segreto di stato, che in Cina si pratica. Almeno 1045 sono i Laogai, i campi di concentramento dove sono costrette al lavoro forzato milioni di persone a vantaggio economico del regime comunista e di numerose multinazionali che investono o producono in Cina. Centinaia di migliaia sono gli aborti e le sterilizzazioni forzate. La persecuzione sistematica contro i credenti di tutte le religioni e l’abuso della psichiatria a scopo repressivo politico (art. 90 cod. pen. cin.) mietono ogni giorno le loro vittime.

Ricordiamo che la catastrofe ambientale provocata a scopo di profitto, l’invasione dei mercati occidentali da parte dei prodotti (spesso tossici e gravemente nocivi per la salute) del lavoro forzato, e l’imperialismo economico e militare cinese in Asia, Africa e Sud America hanno, e continueranno ad avere, un impatto sempre più negativo sulle nostre vite e su quelle delle future generazioni. Per immaginare l’avvenire che ci attende, basta osservare come gli immigrati cinesi si sono insinuati nelle nostre città grandi e piccole, acquistando, a prezzi non accessibili agli italiani, case e negozi contigui fra loro, fino a costituire estesi feudi dove non si parla più italiano. Entrati con passaporti scritti in cinese mandarino, mai traslitterati e utilizzabili per un infinito numero di persone col solo cambio della foto, hanno creato un universo commerciale parallelo, misterioso e sciolto dalle nostre leggi, il regno del denaro contante, in cui hanno riprodotto i rapporti illegali e violenti dei Laogai della madrepatria. Questo universo, per noi impenetrabile, si sta espandendo incontrastato a macchia d’olio.

Possiamo essere indifferenti, senza batter ciglio, di fronte a una tale realtà ?

Nonostante i crimini che abbiamo sopra descritto, le autorità politiche ed economiche nazionali ed internazionali continuano imperterrite a collaborare con Pechino. I mass media presentano l’immagine di una Cina in crescita economica e con un promettente progresso sociale. Sia le une che gli altri, quindi, alimentano colpevolmente il consenso e l’ammirazione per questo paese dove la dittatura comunista commette iniquità mostruose e sfrutta il proprio popolo a vantaggio di una ridotta nomenklatura di partito.

Più di mezzo secolo di sanguinosa dittatura e di vane promesse di riscatto sociale, una civiltà di 3000 anni cancellata… per riscoprire …il profitto. È da questa forsennata ricerca che scaturiscono le catastrofi ambientali, lo sfruttamento umano, le rivolte popolari (più di 85.000 nel solo 2005), i minatori che scompaiono, i 200 milioni di migranti, i cinesi fantasma non abortiti ma privi di documenti, l’imperialismo planetario, i giocattoli pericolosi, i tessuti alla formaldeide (cancerogeno di seconda fila), e tutte le altre mostruosità del mondo senza leggi che si rovescia con la forza di uno tsunami sulla stessa Cina e sopra il nostro universo disciplinato, almeno sulla carta, da regolamenti e garanzie.

Esistono accordi internazionali e leggi da applicare: la Convenzione Internazionale contro la Tortura e la Dichiarazione Internazionale dei Ddiritti dell’Uomo, di cui la Cina è firmataria. Vi sarebbero, però, numerosi altri provvedimenti, che la comunità internazionale dovrebbe avere la forza di prendere, per far cessare l’atroce traffico degli organi. L’Unione Europea potrebbe bloccare i contributi di centinaia di milioni di euro erogati al regime cinese. Se non ritenesse opportuno interromperne il flusso, potrebbe almeno vincolarlo, per esempio seguendo la raccomandazione di Manfred Nowak, inviato dell’ONU, di non uccidere persone per crimini non violenti o per motivi di natura economica. L’ONU e il Parlamento Europeo potrebbero emanare una legislazione extra- territoriale che vieti la partecipazione a espianti senza il consenso del donatore e neghi i visti ai medici cinesi che viaggiano all’estero per formarsi nel campo dei trapianti. Il personale sanitario estero potrebbe non collaborare con le istituzioni mediche cinesi e le case farmaceutiche potrebbero non esportare in Cina farmaci antirigetto o altre medicine usate nelle operazioni di espianto di organi.

In breve, le autorità politiche ed economiche internazionali possono, se vogliono, fermare questo traffico di morte. Ciò che sembra inspiegabilmente mancare, quindi, è la volontà politica di applicare le leggi esistenti e prendere le necessarie misure.

Perché? Forse gli interessi economici e finanziari, che legano alcune multinazionali e il sistema bancario internazionale al regime comunista di Pechino, sono sacrosanti e nessun imperativo morale deve distogliere gli operatori dal perseguire i loro profitti?

In che mondo viviamo? Non è questo il sintomo di una vera e propria caduta verticale dei valori sui quali si reggono le civiltà, anzi di una tragica bancarotta morale, poiché quanto era considerato sbagliato ed immorale è ora accettato e, talvolta, persino giustificato? Molti probabilmente ricorderanno l’indignazione internazionale, alla fine degli anni Ottanta, contro la repressione del dissenso in Cina, e le misure prese in tal senso dagli organi internazionali, come l’embargo sulla fornitura delle armi. Oggi le persecuzioni, gli arresti, le torture, gli eccidi continuano… ma poche, pochissime voci si levano contro. Ricordiamo tra queste la coraggiosa denuncia dei crimini nel Darfur, regime sostenuto dalla Cina comunista, da parte degli attori Mia Farrow e Richard Gere.

Ricordiamo, anche, un’affermazione di Edmund Burke, statista irlandese del XVIII secolo : “perché il male trionfi è sufficiente che gli uomini buoni non facciano nulla”.

Note

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Informazioni su Barbara Ciocche

Mi chiamo Barbara Ciocche, vivo a Milano, ho 31 anni e sono una psicologa. Penso che la massima realizzazione per una donna sia quella di essere mamma. Redattrice del blog "Pensare Liberi". Esprimo le mie opinioni, racconto verità nascoste, oso andare oltre per il futuro...

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6 commenti su “Cina – I potenziali nuovi padroni del mondo – Esecuzioni pubbliche e traffico di organi”

  1. Silvia Dice:

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    Rispondi

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