ALLA LUCE DELL’OMBRA

1 gennaio 2012

Racconti e Poesie


Un racconto di Luigi Orsino

E mi alzo, ancora, buio. Solo un leggero pallido chiarore filtra dalla finestra aperta, la poca luce rende i contorni di tutto ciò che si trova nella stanza vaghi, quasi fluidi, certamente indefiniti; ma io conosco ogni angolo di quella stanza, non mi serve la luce, sonno, ho sonno e vorrei dormire ma non posso, non ancora. Mi avvicino alla finestra e guardo in alto verso il cielo, luna nuova, dovrò aspettare che sorga la luna, fin dalla prima falce incomincerò a sentirmi meglio, più forte, abbastanza forte da poter affrontare il sonno e gli incubi, i demoni non mi spaventeranno più e saprò tenerli a bada.

Apro la porta del bagno e accendo la luce, subito mi ferisce gli occhi ma resisto, devo vedere, controllare, controllare spesso. Mi guardo allo specchio e l’immagine che vedo mi spaventa, ho un aspetto terribile, la barba lunga di almeno quattro giorni, la pelle del volto ha un colore biancastro malato, i capelli arruffati e leggermente lunghi, sono giorni che non esco, che non mi espongo al sole, non posso, sento che potrei bruciare se solo ci provassi, dovrò aspettare, ormai è questione di poco e poi tutto tornerà normale, normale come ogni mese. E’ freddo, dalla finestra aperta il freddo si insinua ovunque, non c’è soluzione dovrò sopportare, con il freddo entrano odori, alcuni gradevoli, altri decisamente ripugnanti. La ragazza del piano di sotto ha appena finito di fare la doccia ed ha aperto la piccola finestra del bagno per far uscire il vapore, con il vapore mi arriva il suo profumo, lo riconosco è gradevole sa di frutta, questa volta però non è così buono come altre volte, insieme al suo sale un altro odore, acre, forte, non piacevole, l’odore di un uomo. Non è la prima volta che succede, ogni tanto si porta a casa un uomo con cui fare sesso, lo usa e poi se ne disfa, lo manda via, non ama dormire in compagnia, solo fare sesso niente altro. Non mi importa, non ho alcun interesse per quella ragazza ed anche il sesso non mi interessa in questo periodo, sto troppo male e anche se volessi, e non voglio, probabilmente non riuscirei ad avere un rapporto. Torno alla finestra e guardo ancora il cielo, niente luna, un rumore lontano, non riesco a capire cosa sia, forse un grido di dolore o il miagolare di un gatto. Maledizione durante questi giorni è come se fossi cieco e sordo, l’unica cosa che posso fare è aspettare. La vecchia poltrona di pelle nera, lì nell’angolo di fronte al letto, forse seduto riuscirò a riposare qualche minuto, ne ho un bisogno disperato, tante ore di veglia sono dolorose e anche se so che dormire sarà terribile desidero farlo. Mi siedo, è scomoda, avrei dovuto buttarla di sotto anni fa, ma ora è meglio del letto, poggio la testa allo schienale e chiudo gli occhi. Viene fuori subito, mi addita, i suoi occhi sono azzurri di un innaturale azzurro, le sue mani lisce e curate, la sua pelle leggermente abbronzata, il suo abito è impeccabile, tagliato e cucito su misura così come le scarpe, il vestito è di una magnifica tonalità di grigio ardesia come la camicia è la cravatta, è un demone orribile, la sua voce profonda e calda mi entra nell’anima e mi sconvolge, i suoi gesti sicuri mi terrorizzano. Viene lentamente verso di me, ripete sempre la stessa frase, oscena, paurosa e macabra:” Aspetta, aspetta, ancora un poco di pazienza e sarò lì con te”. Mi sveglio sudato e atterrito, mi guardo intorno una, due, tre volte, prima di realizzare che sono seduto sulla vecchia poltrona di pelle nera, guardo l’orologio e mi accorgo che ho dormito forse 6 o 7 minuti, non di più. Non so se riuscirò ad aspettare la luna, questa volta sto più male del solito. Questa volta non riesco a dormire neanche pochi minuti. Mi osservo le mani, tremano e le vene blu e gonfie le segnano, ora viene il peggio, dovrò chiudere la finestra e tirare le pesanti tende, il sole sorgerà tra poco ed io non posso farmi sorprendere, non prima che torni la luna.

Questo male mi affligge da anni, i primi sintomi li ho avuti durante l’adolescenza, quasi quaranta anni fa, credo siano tanti ma non ne sono sicuro. Presto le crisi si fecero frequenti ed io dovetti imparare ad adattarmi, scoprire cosa potevo e cosa non potevo fare, quando potevo e quando non potevo, dovetti imparare a temere quell’essere che tutti i mesi mi perseguitava e per alcuni giorni non mi dava tregua, mi perseguitava, sussurrava, era suadente ed accattivante meschino e sanguinario, mi braccava, cercava di venire fuori dai miei sogni per chissà quale suo insano proposito. Resistevo, resisto ancora, gli impedisco di entrare in questo mondo, di dannarmi, di commettere il male, perché di una cosa sono sicuro lui è il male.

Ben presto mi sono reso conto che la mia vita segue un ciclo, esattamente il ciclo lunare, per ventiquattro giorni circa sto bene, magnificamente bene, in forma smagliante, sono felice e vivo una vita piena e soddisfacente, per circa quattro giorni, invece, mi trasformo in una larva, un essere viscido e bavoso che attende solo che il bozzolo si schiuda ed esca finalmente la farfalla, una stupenda farfalla dai colori magnificamente accattivanti, una farfalla assassina.

Strana vita la mia, decisamente anomala, forse unica. Essere buono e mite quando soffro, brutto e sporco eppure pacifico, un povero triste animale solo, solo con le sue paure, solo a combattere i suoi incubi popolati di un bel mostro. Mondo alla rovescia, me ne rendo conto, ma pur sempre il mio mondo; cosa dovrei fare rinnegare la mia natura? Sfuggire definitivamente al mostro dei miei incubi? E come? La morte, sarebbe una soluzione la morte? E potrei darmi la morte? Non lo so, non ho mai provato e credo che non proverò mai, non è nella mia natura dare la morte a me stesso.

E poi tutto intorno a me si muove in modo innaturale, senza un senso comune a quelli che dovrebbero essere i miei simili, ma sono poi miei simili? Dovrei avere, secondo i miei calcoli, poco meno di sessanta anni, eppure ne dimostro, si e no, la metà, sono brutto e sporco, trasandato e fiaccato ma decisamente giovane. Come può succedere ciò? Ho i miei calcoli sono del tutto sbagliati perché basati su ricordi non miei oppure nascondo in me qualcosa di terribile, qualcosa che non riesco ricordare, ma che temo, anzi mi terrorizza, qualcosa che alimenta i miei incubi e mi impedisce di dormire. Talvolta ricordi come sprazzi di luce, come lampi in una notte di tempesta buia quanto la pece, mi mostrano bambino, qualche sprazzo per i miei genitori, qualche lampo dei miei primi anni fino alla pubertà, poi più niente, solo i ricordi dei quasi quattro giorni su ventinove circa. Come se una donna ricordasse solo ciò che le succede durante il periodo mestruale e poi niente altro, come se la sua vita fosse ridotta a soli quattro giorni al mese, ecco proprio qualcosa di simile mi succede, ogni mese devo soffrire quattro giorni per rinascere, quattro giorni per poter vivere. Come se per quasi quattro giorni mi calassi nel mio sepolcro, quasi cadavere, quasi vivo, per poi tornare alla vita con il sorgere della luna, finalmente libero, finalmente mostruosa creatura di luce, un bell’essere spregevole, un affascinante demone. Dunque è questa la verità? Chi sono io? L’uomo che vive al buio o il demone che cerca di venire alla luce uscendo dai miei incubi? Quante volte mi sarò posto questa domanda? Tutte le volte forse, non riesco a ricordare neanche questo, come se vi fosse un meccanismo di autoprotezione per cui alcune cose si resettano ogni mese, una parte della mia memoria si cancella affinché io non impazzisca del tutto.

Scosto appena un po’ la tenda, subito una lama di luce si pianta nel buio della stanza, richiudo in fretta, è giorno, devo attendere che torni il buio, sono quasi sicuro che questo è l’ultimo giorno e che questa sera sorgerà la luna, perché non tengo mai il conto? Perché mi si annebbia così tanto la mente? Forse veramente sono in parte morto durante questo periodo, forse mantengo solo alcune funzioni vitali, forse sono semplicemente in attesa. Lunghe ore di luce mi attendono, ore d’angoscia, di domande senza risposta e talvolta anche di risposte senza domande, l’aria è pesante, densa intorno a me, il freddo della notte è stato sostituito da un caldo soffocante, mi alzo e muovo qualche passo nella stanza, le gambe mi reggono male sento una grande spossatezza, gli occhi mi bruciano come se vi ardesse il fuoco, il cuore ora batte veloce ora rallenta fin quasi a fermarsi, riconosco i sintomi, questo è l’ultimo giorno, deve essere l’ultimo giorno o sarò morto del tutto.

Aspetta mi dice, aspetta sto arrivando, la tua sofferenza sta per finire, io ti salverò, non devi aver paura di me, sono la tua salvezza e la vita che torna a scorrere prepotentemente nelle tue vene. Mi sveglio, di nuovo per pochi minuti mi ero addormentato, questa lurida poltrona brucia sotto di me, cerco di alzarmi per sfuggirgli ma a malapena mi sollevo di qualche centimetro, ricado e sprofondo, la poltrona mi stringe a se in un mortale abbraccio, mi trattiene, quasi mi soffoca cercando di impedire di alzarmi, non è più una poltrona, è un essere vivente, una dura medusa viscida e nauseabonda che obbedisce solo agli ordini del suo padrone ed il suo padrone vive nei miei incubi.

Il tempo è un lento fiume dalle acque scure, il fondo melmoso, odora di marcio come tutto intorno a me, sono debole, sono un rifiuto che galleggia sull’acqua del fiume trasportato lentamente dalla corrente. Forse non è neanche un fiume, solo l’acqua che scorre in una cloaca e io ne faccio parte. Svengo, credo di essere svenuto o forse ho dormito, ma lui non è arrivato, il mio demone questa volta non è venuto, d’improvviso mi rendo conto che sto recuperando le forze, che qualcosa cambia attorno e dentro me, scosto la tenda, leggermente, e mi accorgo che è quasi sera, il sole è tramontato, non buio ancora ma non più chiaro, finalmente. Ora sono preso da un’eccitazione, quasi da una frenesia, guardo continuamente fuori come un innamorato in attesa che la sua amante varchi la soglia dell’alcova. Mi ritorna la forza, ora posso alzarmi, passeggiare nervosamente per la stanza e guardare oltre la finestra verso il cielo, una, due, cento volte. Quasi buio, poi, improvvisamente eccola, finalmente eccola, è arrivata, una sottile falce si staglia contro il cielo limpido, la luna è sorta dal suo sudario, rinasce, si fortifica e la sua luce si fa più intensa, solo una falce ma è sufficiente, mi sento decisamente meglio, acquisto forza, il sangue torna a scorrere nelle vene, mi sento bene, il peggio è passato, sono sicuro che il peggio è passato, forse era solo un brutto incubo, forse solo un male passeggero. In fin dei conti meno di quattro giorni ogni mese di sofferenza non sono poi tanti, se solo penso che quella sofferenza potrebbe durare in eterno rabbrividisco. Mi ricordo che sono quattro giorni che non mangio e non dormo, ho fame e vorrei cibarmi, ma decido di riposarmi qualche minuto, poi mangerò, solo qualche minuto. Mi stendo sul letto che emana un odore di sudore ed urina, ma quasi non me ne accorgo, qualche minuto per riacquistare tutte le forze, chiudo gli occhi, dormirò un poco solo un poco. E dormo, senza sogni, senza sofferenze, senza paure, angosce ed incubi. Dormo un poco.

Di scatto riapro gli occhi e mi alzo, mi ritrovo di nuovo in questo orribile, lurido tugurio.

Perché accidenti finisco sempre qui durante i quasi quattro giorni di luna nuova proprio non riesco a capirlo, una volta era diverso ma da quando mi sono trasferito in questa città sono cambiato, velocemente e radicalmente, ho assunto atteggiamenti ed abitudini, in gran parte del tempo, gratificanti, conduco una bella vita agiata e piena di piacevoli esperienze. Fortunatamente i miei genitori mi hanno lasciato una cospicua eredità e non ho bisogno di lavorare per vivere, si la vita è piacevole, piacevole ad esclusione di quei maledettissimi quattro giorni in cui mi trasformo in quell’orrido individuo, piagnucoloso, pieno di fobie e colmo di sensi di colpa, se fosse possibile lo ucciderei, ma non posso, almeno che non intenda uccidere me stesso. Credo di essere affetto da quel che gli psichiatri definiscono sdoppiamento della personalità, paranoia, più o meno. Fortunatamente il mio alter ego non è cosciente di ciò, è stupido e mi crede un essere che alberga nei suoi incubi, crede che io sia un demone, si il demone che  terrorizza gli imbecilli. Che schifo, c’è cattivo odore dappertutto, a dir il vero puzzo parecchio anch’io, il maledetto non si lava mai, mi guardo allo specchio, unto e incrostato appeso alla parete di quella specie di fogna che è il suo bagno. Certo che ho proprio un aspetto da schifo. Bene è arrivato il momento di darsi da fare, ho riposato e ora mi devo dare una bella ripulita. Faccio la barba, con cura, passando più volte il rasoio sul volto, accuratamente, poi una bella doccia calda e tonificante adeguatamente lunga da mandare via tutto il cattivo odore, lavo a fondo i capelli. Nudo ritorno davanti allo specchio, ecco ora mi riconosco: capelli chiari, non biondi solo castano chiari, lunghi fino a coprire il collo, una volta pettinati risultano avere un buon taglio, il mio viso è regolare e leggermente ovale, il naso dritto, forse un po’, solo un po’ lungo, ma perfettamente in sintonia con il resto del volto,  sono alto, ho muscoli ben evidenziati, frequentare spesso una palestra sarà faticoso ma da ottimi risultati e non solo sul proprio aspetto. In definitiva sono decisamente piacevole, un giovane maschio piacevole in una città piena zeppa di donne che non aspettano altro che di incontrarmi. Torno in camera e tiro fuori il porta abiti, lo apro e appendo il vestito alla maniglia dell’armadio, l’unico posto che sembra essere meno sporco. Mi vesto accuratamente: Abito grigio ardesia, camicia e cravatta tono su tono, calze coordinate e scarpe nere in morbida pelle, indosso un leggero soprabito, sempre grigio ma di una tonalità leggermente più chiara, niente occhiali da sole, coprirebbero i miei splendidi occhi azzurri, tanto azzurri da essere quasi color cobalto, la miglior arma per un uomo affascinante, ed io sono senz’altro affascinante. Sono pronto per andare fuori da quel sozzo buco, apro la porta girando la maniglia dopo averci posato su un fazzoletto di carta, che gran schifo questo posto, non so cosa darei per evitare l’infame tortura di quei quattro giorni al mese ma temo che non potrà succedere mai, non c’è bello senza brutto, non c’è buono senza cattivo, non c’è pulito senza sporco, non c’è gioia di vivere senza sofferenza. Tutto si paga nella vita ed io pago per quel che sono con alcuni giorni in cui sono il mio esatto opposto, a pensarci bene poteva andare peggio: lui soffrire per circa venticinque giorni ed io godere per quattro. Mi vengono i brividi al solo pensiero. Scendo in garage, la mia Range Rover Sport è parcheggiata al solito posto e fortunatamente quel pezzente di custode è di parola e per guadagnarsi la mancia me la tiene pulita e lucida, povero inutile essere, gli lascio qualche banconota nella cassetta dell’idrante, come convenuto, salgo in macchina e vado via. Prima fermata il bar dell’Hotel De Ville, dall’altra parte della città, ho una gran fame ma la prudenza mi impone di allontanarmi il più possibile dal buco in cui vive il mio socio occulto. Faccio un’abbondante colazione, abbondante ma non eccessiva, se mangiassi smodatamente potrei destare sospetti, certo che quattro giorni di digiuno non aiutano. Calmata, almeno in parte, la fame mi guardo discretamente intorno, subito in mio sguardo incrocia quello di una donna, bella, elegante e molto interessata, ma quasi quarantenne, peccato troppo vecchia non mi interessa, un altro rapido sguardo esplorativo per scoprire che non c’è altro di interessante. Pago il conto ed esco, il sole è piacevolmente caldo, nonostante sia quasi inverno, mi soffermo un attimo a goderne il tepore sulla pelle, passa una ragazza, molto carina, bruna, capelli corti dal taglio perfetto, abitino firmato, come scarpe e borsa, soprabito in seta con fodera in pelliccia a pelo corto, stupendo accoppiamento di colori, senza dubbio valutato in base alla tonalità dell’incarnato. Passa davanti a me con indifferenza, aspetto, qualche passo, qualche passo ancora e si volta, un gesto rapido con la testa ed uno sguardo veloce come se mi fotografasse con gli occhi, interessata, molto interessata ma discreta. Mi piacciono le donne non eccessivamente intraprendenti o sfacciate. La giornata comincia bene, ma è ancora presto e decido di godermi una breve passeggiata, tanto per pavoneggiarmi un po’, ovviamente con ricercata riservatezza, compro un quotidiano finanziario lo piego e lo tengo nella tasca del soprabito lasciando che sporga quel tanto che basta perché si possa intuirne la testata. Uomo d’affari è una buona copertura, passeggio, lentamente vado verso il fiume, proseguo lungo l’argine alto, sul lato opposto tanti bei negozi eleganti, vetrine piene di cose raffinate che attirano tante belle donne. Sarà facile, facile come sempre. Passeggio un po’, mi godo la ritrovata libertà, una sensazione, poi odore, odore di femmina, di soave sudore mascherato da una fragranza profumata, odore di secrezioni vaginali, mi giro, la cerco. Finalmente la vedo, bellissima: capelli neri, lunghezza media, lucenti, non tinti, corpo slanciato, portamento elegante e deciso, abito nero tailleur gonna e giacca, camicia rosa tenue. Tutto fa di lei la preda perfetta, la più desiderabile delle prede, certo avrei voluto riposare ancora un po’ ma … una così non capita spesso. La seguo con discrezione, mantenendo una certa distanza, ha l’aria di essere una manager che si è presa qualche ora per se stessa, qualche centinaio di metri ed entra in un caffè alla moda, un locale che conosco ed ho già frequentato in una delle mie tante vite mensili, una per ogni mese dell’anno. Si siede ad un tavolo d’angolo di fronte all’ingresso, strana scelta è quella che avrei fatto anch’io, la cosa, di per se trascurabile e forse casuale, mi insospettisce, il locale è quasi vuoto, ha dovuto attraversare tutta la sala per sistemarsi proprio in quel punto. Dopo averla osservata dall’esterno, entro e mi dirigo verso un tavolino non vicinissimo al suo ma da dove so che può perfettamente vedermi, sento il suo sguardo su di me, sento il calore montare dentro di me e la bocca mi si riempie di un sapore noto e proibito, la mia preda non è una preda è una cacciatrice. Si spiega la mia sensazione e l’effetto sconvolgente che ha avuto subito su i miei sensi, ci fissiamo, mi sorride ed io sorrido a lei, la saluto con un lieve cenno della testa e mi alzo. Una regola, non scritta, ma di stretta osservanza, vuole che non si invada il territorio di un altro predatore. Peccato sarebbe stato stupendo averla. Torno in strada e fermo un taxi, mi faccio portare al mio indirizzo, un loft nella vecchia area industriale della città, un tempo era stata una fabbrica di vasi in coccio, avevo lasciato il piano terra inalterato trasformando il primo piano in un elegante ambiente molto grande e ben arredato, dal piano terra al primo piano vi si accedeva attraverso scale, che adoperavo pochissimo, o attraverso un vecchio montacarichi che fungeva da ascensore. L’immobile esternamente era rimasto pressoché invariato, con un aspetto trascurato ma non fatiscente, anonimo.

Appena a casa mi affretto a mangiare qualcosa, la colazione mi aveva lasciato molto insoddisfatto, avendo la sensazione di sentirmi addosso l’odore del buco in cui avevo passato gli ultimi quattro giorni faccio un’altra doccia, indosso un accappatoio e mi siedo in una delle mie comodissime poltrone ad ascoltare Vivaldi, le Quattro stagioni sono la mia opera preferita. Decido che avrei atteso il tramonto. Non bisogna avere fretta, l’attesa rende il piacere più intenso.

Mi sveglio che è già buio, sento un forte desiderio montare ferocemente dentro di me, ho bisogno di nutrirmi, ma non è il cibo che serve, è arrivato il momento di nutrirmi sul serio, il tempo passa e non mi posso permettere il lusso di perdere neanche più un’ora. Mi vesto, elegante ma senza esagerare: un bell’abito grigio di taglio sportivo, camicia bianca , niente cravatta, i primi due bottoni del colletto sbottonati, mocassini neri. Mi guardo allo specchio e decido che va benone, non passerò inosservato, del resto so bene che se anche vestissi di stracci e puzzassi di pesce marcio le donne mi avrebbero notato subito eccitandosi anche per un mio sguardo distratto. E’ prerogativa della mia specie: prediamo incantando le nostre prede, esse desiderano essere catturate, desiderano essere prese, ed anche quando si rendono conto della fine che le aspetta non possono evitare di desiderarci sessualmente. Tutto troppo facile, una tecnica affinata in migliaia di anni di caccia dalla mia specie, caratteristiche che ci hanno permesso di sopravvivere a spese di una specie inferiore, una specie che per noi è solo fonte di energia.

Verso le due di notte entro nella discoteca più in della città, sono solo ma il ciccione alla porta neanche ci prova a fermarmi, mi guarda inebetito e basta. Entro e vado diritto verso il bar, neanche mi guardo intorno, non serve, sono appena arrivato al banco che già una ragazza si siede accanto a me, accavalla le gambe spudoratamente, senza curarsi di mostrare quel che ha sotto il cortissimo vestitino, la ignoro. Non sento alcun odore interessante provenire da lei, i soliti umori, il sentore dell’eccitazione che montava in lei e il desiderio di essere posseduta, è altro quello che cerco. Mi allontano sistemandomi su uno dei divani posti ai lati della pista, la ragazza del bar fa per seguirmi ma io la blocco con lo sguardo, lei si ferma a metà strada e sembra gelarsi istantaneamente, poi si volta e si allontana come se avesse ricevuto un ordine perentorio. Aspetto, più di una donna cerca di avvicinarsi, ma io le blocco tutte, non sono adatte. Improvvisamente dal fondo della sala una ragazza avanza verso di me, 20/25 anni non di più, molto bella, abito corto nero, capelli nero corvini, scarpe con tacchi da 10, un esemplare notevole, cerco i segni e li trovo. Emana un odore molto particolare, non è solo eccitazione sessuale, non è solo desiderio di essere presa è volontà di sottomissione è incondizionata accettazione del proprio destino, tutti i suoi pori emanano disponibilità e forza, tanta forza, nessun umano potrebbe averla facilmente se lei non volesse, ha un carattere forte, deciso, la preda, la mia preda è arrivata.

Qualche minuto dopo usciamo insieme dal locale, neanche ci siamo scambiati parola, le ho solo teso la mano e lei mi ha seguito, arriviamo alla mia auto e partiamo. Direzione la mia tana.

Arriviamo al mio loft, invece di passare oltre la vecchia struttura industriale per entrare nel mio lussuoso appartamento, la conduco vero il fondo del magazzino, apro una pesante porta di ferro e la introduco in un ambiente molto ampio, al centro delle tende in plastica disposte su quattro lati delimitano uno spazio di circa quaranta metri quadri, al centro si trova un letto da sala chirurgica, illuminato con una serie di lampade circolare poste al di sopra di esso, l’ambiente è in tutto e per tutto simile ad una sala operatoria. Le ordino di spogliarsi completamente, ubbidisce sfilandosi l’abito nero aderente, al di sotto indossa solo delle ridottissime mutandine trasparenti, niente altro. La faccio stendere sul tavolo operatorio e le lego i polsi e le caviglie con le apposite cinghie di contenzione, le braccia sono disposte lungo il corpo leggermente discoste da esso, le gambe sono aperte, ma non eccessivamente, il suo sesso è ben visibile ma non oscenamente esposto. Il rituale sta per iniziare. Solo ora le rivolgo la parola:” Stai comoda?” lei mi risponde con un sospiro di assenso, il suo alito profuma di femmina, il suo corpo è odoroso di voluttà, la sua mente palpita nell’attesa, il suo cuore batte veloce, troppo veloce, le ordino di rilassarsi e di attendere presto ogni suo desiderio sarà esaudito. Obbedisce, si rilassa e il suo battito rallenta, noto che il suono della mia voce le ha procurato qualcosa di simile ad un orgasmo, senza dubbio è una delle prede migliori degli ultimi mesi.

Esco dalla sala operatoria e vado in un vano attiguo attrezzato a spogliatoio, mi spoglio completamente, restando a mia volta nudo, osservo il mio pene eretto pensando che anche io sono impaziente come la mia preda. Tra poco inizierò a nutrirmi della sua forza, ad assorbire la sua energia, sarà questa linfa che mi consentirà di continuare a vivere, se non lo facessi invecchierei rapidamente e rapidamente morirei, perché poi, io lo voglio lei lo vuole, è la natura che lo esige.

Ritorno all’interno della stanza ricavata dai teli in plastica, la prima cosa che noto sono i suoi splendidi occhi neri imploranti, il desiderio la divora, ma ubbidisce al mio ultimo ordine e resta rilassata, con lo sguardo cerca di farmi capire quanto sia impaziente di essere posseduta, nonostante il mio ordine di quanto in quanto un fremito la percorre tutta come un brivido di freddo, la leggera peluria che ha sulle braccia, lieve e morbida come quella presente sulla buccia delle pesche, si è rizzata, altrettanto ha fatto la sottile riga di peli pubici che le copre solo in minima parte il monte di venere.  Le inietto una dose di pentotal in vena, il farmaco accentuerà tutte le sensazioni, favorendomi nel processo di assorbimento delle sue energie vitali. Poi le infilo dei lunghi aghi nel cranio, come quelli per l’agopuntura, solo un po’ più lunghi e più spessi, con una adeguata pressione riesco a bucare l’osso, poi l’ago trapassa le meningi e si infila nei centri del dolore, faccio lo stesso per i centri del piacere. La ragazza è in estasi, una sorta di inebetimento vigile, gode e soffre al tempo stesso, io assorbo, come una spugna, l’energia che il suo corpo sprigiona. E’ piacevole, molto piacevole, mi eccito ancora di più. Mi avvicino e allento le cinghie che le trattengono le caviglie, faccio in modo che le sue gambe siano maggiormente aperte, mi avvicino e la posseggo, prima delicatamente poi con violenza. Lei sembra stia per esplodere, il piacere la contorce, lo stesso piacere si trasforma in dolore lancinante, insopportabile se non fosse in preda alla droga. Posso quasi vedere l’energia che si sprigiona dal suo corpo e viene assorbito dal mio, è la vita stessa che le rubo, quella vita che mi permetterà di continuare ad esistere a lungo, in quanto alla mia preda il suo destino è segnato, finirà come le altre. Quando l’avrò prosciugata mi libererò del suo corpo ed il ciclo sarà alla fine, un altro ne inizierà presto. Una sola preda ad ogni ciclo, questa è la regola, una sola basta e non attira troppo l’attenzione, in fin dei conti sparisce gente ogni giorno, se qualcuna la facciamo sparire io e i miei simili non fa molta differenza. In verità noi siamo solo alcuni dei predatori che si cibano di umani, ce ne sono altri, ben peggiori di noi, che uccidono di continuo per soddisfare le più disparate esigenze. Noi almeno diamo loro un infinito godimento insieme alla morte.

Per circa ventiquattro giorni continuo la mia opera sul corpo della giovane donna, la nutro con delle flebo, la lavo e l’accudisco con attenzione amorevole, poi riprendo la mia opera finchè anche l’ultimo alito di aura non è passato da lei a me. Quasi sempre riesco a tenere le mie prede in vita per tutto il tempo necessario al compiersi del ciclo, è capitato che qualcuna sia morta prima, con mio sommo disappunto, ma è cosa rara, sono esperto e riesco a dosare bene le azioni da compiere su quei corpi, che del resto non sono oltraggiati più di tanto.

Quando è rimasto solo un involucro vuoto, la preda si trova quasi in coma, allora, e solo allora, inietto nella flebo che la nutre un potente narcotico, quando il narcotico ha fatto il suo effetto le infilo nel braccio un ago con cui le inietto una dose massiccia di un veleno ad azione rapida. Una morte dolce ed indolore, sono misericordioso con le mie prede, e sono loro anche grato di quello che, quasi spontaneamente mi hanno donato. Carico delicatamente il corpo su un carrello e lo trasporto nella parte non ristrutturata del loft, il vecchio forno, in cui i vasi in ceramica venivano cotti, è perfettamente funzionante, vi infilo il corpo, accendo e regolo la temperatura e il time su dodici ore, più che sufficienti a distruggere quelle povere spoglia.

Ora è il momento di tornare in quella lurida stamberga in cui vive il mio alter ego, altri quattro giorni di ignobile sofferenza, un prezzo equo da pagare per continuare ad essere giovane e bello, non invecchiare mai e poter assistere, da spettatore, al passare del tempo. Certo, se ci si pensa, la mia vita è un tantino monotona, ma durante il ciclo, mentre mi occupo della mia preda io vivo, vivo intensamente, frequento locali alla moda e belle donne, non adatte ad essere buone prede ma pur sempre piacevoli da godere. Mentre il ciclo si compie e la mia preda mi offre il suo dono io sono iperattivo, allegro, felice, quasi.

Riporto la vettura in garage, mi avvio verso la camera dove vive la mia larva, lentamente, non ho nessuna voglia di rinchiudermi per tanto tempo in quell’orribile posto. Mentre cammino mi godo la luce e il tepore del sole, dovrò attendere prima di tornare a provare queste sensazioni. Sono arrivato, purtroppo, lentamente salgo le rampe di scale, odori nauseabondi mi investono, cibo di pessima qualità, sudore, urina, sentore di chiuso e di muffa, proprio l’anticamera dell’inferno.

Tiro fuori la chiave ed apro la vecchia e malandata porta, entro, la penombra copre ogni cosa come un lurido sudario, lui è li seduto sulla sua maledetta poltrona di pelle nera vecchia e lisa, la testa bassa, il mento quasi tocca il petto. Lentamente alza la testa e mi guarda, i suoi occhi sono i miei, e mi guarda, quello sguardo odioso questa volta lo è ancora di più, sembra quasi come se volesse rimproverarmi di qualcosa, forse non si rende conto, l’idiota, che vive solo grazie a me, che egli è solo la mia ombra proiettata su una parete. Lui esiste in quanto io esisto, lui è il bozzolo da cui periodicamente viene fuori la farfalla, è un involucro, anzi un pessimo puzzolente involucro. “Non ci sarà una prossima volta” dice mentre mi guarda con i suoi occhi cisposi, “ non tormenterai più i miei sonni, non ti temo più, voglio liberarmi di te e incominciare a vivere, si voglio vivere anche io”. E’ pazzo, non si rende conto di quello che dice, non capisce che esiste un ordine naturale delle cose e che non ci è consentito cambiarlo, se fosse possibile mi sarei liberato di lui da moltissimo tempo, se non l’ho fatto è perché non si può, non si può e basta, le cose stanno così e ne lui ne io possiamo farci niente.

Mi guarda ancora, ora il suo sguardo è quasi rassegnato, emana una tristezza infinita, una tristezza che mi arriva al cuore e per la prima volta nella mia vita ho paura, vedo determinazione in quello sguardo, vedo desiderio di libertà. “ Mi dispiace fratello, non ho scelta, devo farlo, ora io prenderò il tuo posto”, mentre dice queste parole alza il braccio, impugna un’arma, un revolver, sorride, mi sorride e spara. Il proiettile si infila nel torace all’altezza del cuore, sento dolore, un fortissimo dolore, mentre dal foro fuoriesce, come un sottile filo di fumo azzurrognolo la mia energia, l’energia che la mia ultima preda mi aveva donato.

Seduto sulla vecchia poltrona lo vedo barcollare, poi si appoggia allo stipite della porta, cerca di muovere qualche passo verso di me ma comincia già a svanire, come la nebbia sembra dissolversi, solo ora sento una forte fitta al petto, abbasso lo sguardo e vedo l’arma puntata contro me stesso, il sangue ha già inzuppato gli abiti che indosso e comincia a colare copiosamente sulla poltrona. Ora capisco tutto, ora so, ora finalmente distinguo il sogno dalla realtà, il mio ultimo pensiero è che comunque ne è valsa la pena morire per liberarmi dal demone che mi ha perseguitato per tutta la vita.

Luigi Orsino

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Informazioni su Luigi Orsino

Studi di medicina presso l'Università Federico II di Napoli. Imprenditore, scrittore, blogger. Molto attivo nel contrastare la criminalità organizzata, camorra ed ogni altra mafia, contro cui ho lottato duramente e lungamente. Ancora oggi continuo a lottare, e a subire intimidazioni ed attentati, ma per fermarmi dovranno uccidermi. Amo scrivere, di tutto: articoli, racconti, romanzi, poesie. Gli animali, tutti, sono miei simili, il lupo è il mio animale "Totem". Adoro guidare, in off road soprattutto.

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