NON LO DISSI MAI

22 gennaio 2012

Racconti e Poesie


Stella del mattino mostrami la via
Stella della sera indicami la strada
Venere incantata fa che io non debba mai lasciare la mano alla mia amata.
 
* * * * * 

Chiusi i bottoni del giaccone da marinaio blu, aveva conosciuto tempi migliori, come me del resto, ma mi piaceva, ci ero affezionato e mi teneva caldo senza infagottarmi troppo. Dal molo scesi ai pontili e mi avviai, lentamente verso il mio 18 metri da pesca, rimodernato e trasformato in una barca da diporto pur senza perdere le caratteristiche che ne avevano fatto una splendida ed efficiente barca da pescatori, a circa metà del pontile mi fermai mi sedetti su di un cumulo di reti da pesca, incurante del fatto che erano ancora umide e mi bagnavano i pantaloni, tirai su il bavero del giaccone, faceva freddo, troppo freddo per essere un autunno iniziato da poco. Da terra spirava un leggero vento freddo che ti entrava nelle ossa ma lisciava le onde rendendo il mare piatto e quasi immoto, nonostante fosse una giornata senza sole il mare conservava un bel colore blu che diveniva verde sottocosta. Faceva freddo ed era solo autunno, un autunno come quello di tanti anni fa, un autunno colmo di ricordi, ricordi che provi ha tenere riposti in un angolo della mente, ma loro non accettano di essere messi da parte, fosse anche solo per un po’ fosse anche solo per sentire un po’ meno dolore per un po’ di tempo. Non mi importava, ero da tempo abituato ad essere preso dai ricordi richiamati alla mente dalle cose più disparate: un colore, un odore, un sorriso o una risata argentina di una giovane donna, una coppia che passeggiava mano nella mano, un gattino infreddolito in un gelido autunno in riva al mare. Accesi una sigaretta, avevo ripreso a fumare, sono sicuro che non me lo avrebbe perdonato, glielo avevo promesso, ma non ero stato io ad iniziare a non mantenere le promesse. Il fumo saliva lento verso l’alto e spesso il vento lo disperdeva prima che si fosse liberato dalla sigaretta, ne fumai metà e stavo per gettare il rimanente in mare, poi sentii il solito rimprovero, che solo io potevo sentire, la spensi sulla banchina e mi ficcai il mozzicone stropicciato in tasca. Mi tirai su e salii sulla mia barca, sulla passerella ebbi un attimo di esitazione, mi guardai intorno e mi sembrò tutto infinitamente diverso, entrai nel pozzetto di poppa e poi in cabina, sulla destra, al di sopra del divanetto che circondava il tavolo, ai lati dell’oblò c’era uno specchio, piccolo ma non abbastanza da non riflettere l’immagine di un uomo di circa quaranta anni, il viso raggrinzito anzitempo e i capelli, ormai quasi grigi, incolti quanto basta da accentuare l’aspetto già di per se stesso sufficientemente trasandato. Avanzai e mi sistemai sulla poltrona di guida, guardai l’indicatore, il serbatoio era pieno per due terzi. Non uscivo spesso, anzi di rado, ma avevo sempre tenuto tutto nella massima efficienza, così era, così doveva essere. Domani sarebbero stati otto anni. Mi chinai e tirai fuori dall’armadietto posto sotto alla consolle di guida una bottiglia di vodka, cercai intorno un bicchiere ma non ne vidi a portata di mano, così bevvi una lunga sorsata direttamente dalla bottiglia. Accidenti, facevo proprio pena, non avrebbe mai tollerato un simile comportamento, ma io ero furioso, sentivo montare la rabbia dentro di me e volevo che lei si risentisse, che capisse quanto mi aveva fatto soffrire, otto anni per cercare di imparare a convivere con il dolore, otto anni inutili, otto anni per scoprire di esserne incapace.

A quell’ora l’università era quasi deserta, entrai nell’aula vuota, Andrea era alla cattedra che sistemava dei fogli e delle penne alle postazioni che poi sarebbero state occupate dai professori, lo chiamai mentre scendevo verso di lui, si girò e allegramente ricambiò il mio saluto: “Ciao Dario, sono contento che sei passato, devo darti una grande notizia”, sapevo già tutto ma non volli togliergli la soddisfazione di raccontarmi la novità, “ Oggi la professoressa De Stefano mi ha confermato l’incarico di assistente, da oggi sono ufficialmente assistente alla cattedra di istologia, niente male vero?”. Lo guardai, con falsa severità, poi sorrisi e gli dissi: “Fratello, ti assicuro che una immensa moltitudine di tuoi mancati pazienti ti saranno eternamente grati di aver scelto la carriera dell’insegnamento e non la professione di chirurgo”. Non si offese, anzi con sincerità mi disse: “sfotti pure, ma io so bene che non sarò mai un bravo chirurgo come te, tu ce l’hai nel sangue, tutto di te fa pensare a quanto diventerai bravo e a quante vite sarai in grado di salvare, e so pure che ti hanno preso come interno a neurochirurgia”. Il dannato, mi aveva colto di sorpresa, non ne sapevo ancora niente, mentre lui come assistente di un insegnante aveva appreso la notizia prima di me. Ormai eravamo laureati da qualche anno e brigavamo per trovare una sistemazione io all’interno dell’ospedale universitario e lui come insegnante, avevamo raggiunto lo scopo, o almeno ci muovevamo in quella direzione, certo io avrei dovuto fare un lungo tirocinio e specializzarmi, ma non me ne preoccupavo, fare il medico era stato il mio sogno da sempre, ero sicuro di farcela ed in quel momento vedevo un bel futuro luminoso dinanzi a me.

Stavamo ancora facendoci i complimenti a vicenda quando la porta laterale dell’aula si apri ed entrò una ragazza, direttamente di fianco alla cattedra, qualcosa si spezzo dentro di me, un’ampolla di finissimo cristallo che una volta rotta versò il suo contenuto direttamente nel mio circolo sanguigno, una sensazione di dejà vu mi colse ed ebbi la netta impressione di aver vissuto quella scena altre infinite volte. Era bellissima, i suoi occhi erano così verdi che sospettai avesse delle lenti a contatto colorate, i capelli nerissimi e corti, indossava un maglioncino di cachemire color prugna ed una minigonna nera, non riuscii a staccarle gli occhi di dosso per un istante, lei si mosse con aria sbarazzina ed un po’ civettuola, chiese: “Scusate non è questa l’aula di anatomia?” Andrea subito le rispose: “No signorina, ha sbagliato piano ed edificio, deve andare a primo piano della palazzina di fronte”, “Sul serio” disse lei, “non riuscirò mai ad orientarmi in questo labirinto, scusate”, ed uscì.

Andrea mi guardò, mentre io avevo ancora negli occhi quella splendida immagine e mi disse: “Forse potresti sembrare intelligente quanto dicono tu sia se solo provassi a chiudere la bocca, ora come ora sembri solo un pesce preso all’amo”. “Chi è” gli chiesi, “Una studentessa del primo anno” rispose, “Questo lo avevo capito, visto che cercava anatomia, ma chi è, come si chiama”. Andrea fece un’alzata di spalle e mi rimproverò: “E’ una ragazzina fresca di liceo, dottore, non vorrà dirmi che le piacciono così giovani?” “Andrea, certe volte sei peggio di una vecchia zitella”. Uscii dalla stessa porta da cui era uscita la ragazza sperando di raggiungerla, ma evidentemente, in ritardo per la lezione, si era messa a correre, di lei nessuna traccia. Potevo seguirla nell’aula di anatomia, ma avevo un colloquio con il mio tutor, che probabilmente mi avrebbe comunicato la notizia che ero stato ammesso come interno, così mi dovetti allontanare, ben sapendo che l’avrei ritrovata con faciltà, bastava girare un po’ tra gli studenti del primo anno o alla peggio, cercarla tra le matricole del che frequentavano il corso di anatomia del professore che teneva lezione quel giorno a quell’ora, una passeggiata per chi sapeva come muoversi in quell’ambiente.

“Dario, Dario”, una voce dalla banchina mi chiamava, riconobbi subito la voce di Carlo, mio fratello, era parecchio che non ci incontravamo ed ormai non rispondevo più al cellulare,neanche sapevo che fine avesse fatto. Mi chiese se poteva salire a bordo, gli dissi “Non avrai fatto più di duecento chilometri per startene lì in banchina immagino”. Salì, come mi vide trasalì, il suo sguardo si rabbuiò, un’espressione preoccupata gli sconvolse i lineamenti.

Mio fratello era un bell’uomo. Più grande di me di qualche anno, aveva un  aspetto curato, era alto più di me e sicuramente si teneva in forma. Oggi come oggi avrei potuto benissimo essere io il fratello maggiore e ben più di qualche anno. Nostro padre, quando si era ritirato dagli affari aveva lasciato a noi l’azienda, a fronte di un vitalizio, io che di vini, vigneti e coltivazioni non ci capivo niente, mentre Carlo era laureato in agronomia ed in biologia, era legatissimo all’attività di famiglia. Per cui io rifiutai il 50% dell’azienda e mi accontentati di una quota di minoranza, senza dividendi ma anch’io chiesi un vitalizio. Carlo mi avrebbe voluto al suo fianco, ma poi dovette rassegnarsi ed accettare l’idea che la mia passione per la medicina era troppo radicata, comunque mi strappò la promessa che semmai avessi voluto ritirarmi dalla professione medica sarei tornato in famiglia ed avrei ripreso quello che mi spettava di diritto e che lui era sempre pronto a restituirmi. Non dubitavo delle sue parole, Carlo era un gentiluomo, un uomo di vecchio stampo, somigliava a nostro padre in tutto.

Si gettò di peso sulla dinette di poppa e continuò ad osservarmi, la cosa incominciò a darmi sui nervi per cui gli chiesi cosa volesse, lui si alzò, mi si avvicinò, mi attirò a se e mi abbracciò stretto “Domani sono otto anni pensavi lo avessi dimenticato? Credi che potrei lasciarti solo, ci sono stato ad ogni anniversario, ma ora è arrivato il momento di riprendere a vivere, vieni via con me, torniamo a casa, non sei tornato neanche per i funerali di papà, ma ora devi tornare, avevi promesso che saresti stato vicino ai tuoi nipoti. Federico, lo sai è innamorato dell’azienda ma Alessandra ti somiglia, anche troppo. Si è messa in testa di seguire le tue orme, vuole diventare medico ed ha bisogno del tuo aiuto, io ho bisogno del tuo aiuto. Ti prego torna a casa”. Mentre parlava la sua voce si faceva roca e ad un certo punto grosse lacrime cominciarono a rigargli il volto, si girò, forse vergognandosi di tale debolezza, ma poi tornò a fissarmi negli occhi e con la voce rotta dall’emozione disse: “L’abbiamo persa, lo vuoi capire una buona volta! Pensi che se lei potesse vederti ridotto così sarebbe contenta, sarebbe contenta di saperti ridotto l’ombra di te stesso per colpa sua? Ma non ricordi quanto ti amava? Non ricordi quanto era orgogliosa di te, dei tuoi successi professionali e quanto fosse contenta che ti ammirassero, che tante donne ti corteggiassero? Sapeva che tu eri suo e che mai nessuna avrebbe potuto scalfire il vostro rapporto. Quello che stai facendo a te stesso lo stai facendo contro di lei, non ti lascerò calpestare oltre la sua memoria.”

Non risposi, rimasi in silenzio, in silenzio ci guardammo a lungo, poi mentre lui stava per riprendere a parlare io lo precedetti: “Hai ragione, è ora di ricominciare, è arrivato il momento di scrollarsi di dosso tutta la tristezza che ho accumulato in questi anni, devo, devo fare qualcosa e ti prometto che la farò. Sistemo alcuni affari, vendo la barca e torno, finalmente torno”. Carlo mi guardò, mi studiò, e disse senza eufemismi: “Dario, se credi di prendermi per il culo sbagli, se vuoi solo liberarti di me sbagli, io posso anche andare via ma se entro una settimana non sarai a casa torno e do fuoco a questa bagnarola, ti riporto a casa, in un modo o nell’altro ti riporto a casa. Ricordalo.” Carlo non parlava mai tanto per parlare, era capacissimo di farlo sul serio. Nelle mie attuali condizioni fisiche gli sarebbe bastata una sberla per caricarmi di peso nel bagagliaio della sua auto e riportarmi di forza a casa. Carlo mi voleva un gran bene, lo so, mentirgli non era stato facile, solo necessario.

Non era stato affatto difficile incontrarla di nuovo, molti mi dovevano un favore in facoltà, ne incassai uno. La festa a cui la rividi non era proprio il massimo, c’erano quasi solo matricole, ma io avevo uno scopo per esserci, infatti dopo circa un’ora che mi annoiavo a morte lei arrivò con alcune sue amiche. Era splendida nel suo abitino nero con le spalline sottili, un magnifico corpo su un visetto quasi da ragazzina, rivederla mi fece un effetto ancora più devastante di quando l’avevo vista la prima volta, la sensazione di averla già conosciuta, di aver trovato qualcuno che si è perso era fortissima. Evidentemente il mio viso lasciava trasparire le mie emozioni, per cui, quando mi avvicinai a lei per chiederle se volesse parlare la mia voce incespicò e sicuramente feci la figura dell’imbranato, le sue amiche di sicuro lo pensarono visto che non risparmiarono battutine e commenti, lei no, lei mi fissò in modo strano e profondo tanto che ebbi il sospetto che anche lei stesse provando le stesse emozioni che provavo io. Passato il primo momento d’imbarazzo cercai di sfoderare tutto il mio fascino, che mai mi aveva tradito in precedenza, devo confessare che non sembrava essere quello a far colpo su di lei, pur discorrendo amabilmente e più volte stretti vicini mentre ballavamo ebbi sempre l’impressione che mi guardasse quasi di nascosto, come a voler scoprire qualcosa o a voler ricordare qualcosa. Fu una serata piacevolissima, insieme decidemmo di vederci ancora e lo facemmo molto spesso, senza che ce ne rendessimo conto ci stavamo unendo in qualcosa di indecifrabile, qualcosa che sembrava essere già scritto, inevitabile, entrambi avevamo la netta sensazione di aver incontrato una persona speciale, che il caso avesse voluto riunire ciò che forse in un’altra vita era stato separato. Divenimmo inseparabili, passavamo insieme quanto più tempo possibile e poco dopo lei venne a vivere a casa mia. A quei tempi vivevo in uno degli appartamenti di proprietà della mia famiglia in un condominio di lusso, per fortuna mio padre aveva investito in alcuni immobili e da quando io ero a Roma per studiare, mi ero stabilito in un grazioso, ed anche abbastanza spazioso appartamento. La mia famiglia era ricca e non ci vedevo niente di male goderne i frutti. Era tutto troppo bello per essere vero, mi sembrava di sognare e temevo di dovermi svegliare, Giulia, la mia Giulia, era fantastica, dolcemente innamorata, appassionatamente complice, stupendamente amica. Dal cinico che ero mi aveva trasformato in un uomo totalmente preso dal desiderio costante di lei, era come se una fata mi avesse trasformato con un semplice tocco. Ero felice, sinceramente e totalmente e lo era anche Giulia.

Quanti magnifici momenti abbiamo vissuto insieme, talmente tanti e talmente banali che solo l’essere insieme rendeva favolosi. L’amavo di un amore profondo, ma mentre lei spesso mi esternava a parole il suo amore io non riuscivo a fare altrettanto, qualcosa in me mi diceva di fare attenzione, di non esternare troppo l’immenso sentimento che avevo dentro me, quasi come se la fortuna, invidiosa, se si fosse accorta di tanta felicità avrebbe potuto portarmela via. Così io non le dissi mai: “Ti amo”, certo glielo dimostrai in tutti i modi possibili e comunque lei non mi chiese mai perché io non pronunciassi quelle due piccole parole, credo che avesse i miei stessi timori. In noi, nel più profondo del nostro animo, in quella parte insondabile ad ogni indagine si nascondeva, ora ne sono certo, il ricordo di un passato felice tragicamente interrotto.

Quando presentai Giulia alla mia famiglia ne furono tutti entusiasti, tutti furono catturati dalla sua dolcezza, persino mia madre che aveva sempre criticato le mie amicizie femminili e persino mia cognata, la moglie di Carlo, cosa molto strana perché sia l’una che l’altra non erano certo facili ad accettare sconosciute in famiglia. Mia madre perché, credo, pensasse che neanche una principessa di Persia sarebbe stata degna di stare al mio fianco e mia cognata perché, in quanto moglie del fratello maggiore, si riteneva essere una sorella maggiore per me, e, quindi, era ancora più selettiva di mia madre. Ma di fatto l’accettarono subito lasciando esterrefatti sia me che Carlo che mio padre, in ogni modo meglio così.

Negli anni che seguirono il nostro amore e la nostra passione non ebbero mai a patire neanche la più piccola incrinatura e Giulia non si lamentò mai per tutto, troppo, tempo che io dedicavo al mio lavoro, mi ero prefissato delle mete e mi battevo duramente per raggiungerle, la trascurai, sicuramente lo feci, dimenticai perfino di partecipare alla sua sessione di laurea, in verità era capitato un intervento urgente ad un motociclista che aveva avuto un incidente ed io mi concentrai su quel difficilissimo intervento dimentico di tutto il resto. Non ebbe a lamentarsene minimamente, quando io mi scusai lei con grande umanità disse:

 “Hai salvato una vita, questo è più importante di qualsiasi altra cosa, se mai in futuro ti capiterà di dover scegliere ancora fallo secondo coscienza e non sbaglierai”.

Il tempo scorreva lieve, dolcemente scivolava via trasportandoci giorno dopo giorno, sempre più, nel mondo ideale che ci eravamo costruiti. Intendiamoci non eravamo avulsi alla realtà, tutt’altro, essa, a causa del nostro lavoro, ci si presentava cruda e brutale ogni giorno, ogni giorno assistevamo all’orrido spettacolo del dolore umano, della sofferenza di ammalati e dei loro parenti, ogni giorno vedevamo vite spegnersi e assistevamo spesso al pianto che non avevamo modo di consolare. Forse proprio questo contatto quotidiano con il dolore ci spingeva, appena potevamo, a rifugiarci nel nostro amore. Comperammo la barca e io la feci modificare come Giulia voleva, la usammo poco, ma quelle poche volte furono sogni trasformati in realtà. Fu durante una delle poche gite in barca che Giulia mi disse: “Un giorno voglio un figlio, non subito però, ho bisogno di un po’ di tempo per dare spessore alla mia carriera”. Era da poco entrata al Gemelli come assistente del primario di ginecologia. Continuò dicendo: “So bene che non diventerò mai una fabbrica di miracoli come te, ma voglio ugualmente dare un senso agli anni che ho dedicato allo studio, otto anni, fra otto anni avremo un figlio. Io sarò fertile ancora a lungo e tu non credo avrai problemi”, le sorrisi ed annuii, mi piaceva l’idea di diventare padre, ma ancora di più mi piaceva l’idea che lei fosse la madre dei miei figli.

E’ vero dedicavo molto tempo al lavoro ed anche Giulia era molto impegnata, ciò nonostante eravamo sempre alla ricerca di momenti, occasioni che ci permettessero di stare insieme.

Era bella la vita in quei giorni.

Avevo avvisato il marinaio che gestiva il molo di scaricare quasi completamente i serbatoi di carburante, un terzo di pieno mi sarebbe bastato, quando il giovane mi chiese il perché gli dissi semplicemente che volevo portare la barca in cantiere per delle riparazioni. Provò ad obiettare che non era necessario svuotare i serbatoi per questo ma lo sguardo che ricevette come risposta, credo, fu abbastanza eloquente, per cui, non sollevò altre obiezioni.

Otto anni erano trascorsi dal giorno in cui avevamo deciso di avere un figlio, ed io avevo atteso otto anni per onorare la sua memoria, per rispettare una promessa non detta, forse per avere il tempo di pagare per quello che avevo fatto, pagare con il dolore, soffrire ogni giorno l’immenso senso di vuoto, per sporgermi sul baratro che si era aperto innanzi a me e poterci guardare dentro, perché tutto si paga nella vita, avevo pagato per i giorni felici e dovevo pagare per non aver saputo fare il miracolo che più di tutti mi importava fare.

Eravamo in casa, una di quelle rare occasioni in cui si riusciva a cenare insieme, in cui i nostri turni in ospedale, per delle magiche congiunzioni, si allineavano, e noi potevamo goderci qualche momento di intimità, sempre con il timore che arrivasse una chiamata urgente e uno di noi due, ma quasi sempre io, dovesse correre via per cercare di strappare una vita alla morte. Quella volta il telefono non squillò, nessuno si insinuò tra noi turbare la gioia di quel momento quasi rubato, nessuno di materiale almeno. La cena era finita ed io mi ero attardato a guardare un insulso film in tv, Giulia si offrì volontaria per lavare i piatti, poi saremmo andati a letto. Tutto era calmo, tutto era come un fotogramma di un vecchio film incastrato nel proiettore, ad un tratto ebbi la netta sensazione che qualcosa di irreale si stava materializzando intorno a noi, capii che stava succedendo qualcosa e già mi ero alzato dal divano quando sentii il rumore del piatto che si frantumava cadendo sul pavimento. Nel brevissimo tragitto che feci per portarmi in cucina avevo già realizzato che il sogno si era rotto, che ci era stato presentato il conto della nostra eccessiva felicità.

Giulia era riversa sul pavimento, insensibile, gli occhi aperti su un mondo sconosciuto brillavano come stelle, bellissime stelle fredde e lontane. Colsi subito i segni, un ictus, emorragia cerebrale. Urgenza, massima urgenza o sarebbe stato troppo tardi, afferrai il telefono e chiamai il mio ospedale, mentre prendevo la sua mano nella mia, chiesi l’ambulanza e diedi tutte le disposizioni per le analisi di rito, ordinai di preparare la camera operatoria e di convocare la mia equipe. Mi sembrò passasse un’eternità, intanto io le somministravo dei farmaci antiemorragici e la mettevo in flebo, l’ambulanza arrivò, durante il breve tragitto le somministrai ossigeno e la incubai, aveva urgente bisogno di essere ventilata, il respiro era flebile, dovevo fare presto o l’avrei perduta.

In ospedale trovai tutto pronto, c’era anche il mio mentore, il primario di neurochirurgia, che qualcuno aveva avvisato. Una TAC rivelò che l’ematoma subdurale era esteso e continuava ad aumentare, l’emorragia era ancora in corso, le tenevo la mano ed i miei occhi si erano riempiti di lacrime, le mani mi tremavano e continuavo a ripetere: “Giulia, Giulia, Giulia”. L’anziano primario mi posò una mano sulla spalla, ed io mi resi conto che era stato sempre al mio fianco, mi guardò e disse: “Figliolo, lo sai vero, lo sai che dovrai farlo tu, non c’è nessuno alla tua altezza, non qui e non in Italia, forse. Avrei potuto farlo io quindici o venti anni fa, ma ora sono tutta teoria, le mie mani non sanno più fare miracoli, le tue si ed hai sicuramente capito che dovrai farne uno se vuoi che lei resti con te. Buona fortuna amico mio, non posso fare altro per te”. Solo in quel momento mi resi conto che avrei dovuto essere io ad operare Giulia, un intervento che avevo fatto centinaia di volte, purtroppo sapevo che so uno su dieci, in quelle condizioni si salvava. Avrei voluto fuggire via dal quel malefico incubo, tornare a casa, aprire la porta e trovare Giulia addormentata sul divano con la tv accesa, stanca per la lunga giornata di lavoro, avrei voluto tornare alla realtà, alla nostra realtà, quell’incubo non ci apparteneva. Invece ero lì, qualcuno mi aiutava a prepararmi, qualcun altro preparava Giulia per l’intervento. Ormai eravamo pronti ma io non riuscivo a varcare la porta della sala operatoria, inebetito. Improvviso un ceffone mi riportò alla realtà, alzai lo sguardo e vidi Andrea che mi urlava: ”Cosa diavolo aspetti, vuoi lasciarla morire? Nessuno può farlo al posto tuo, vai e fai quello che sai fare meglio, salva una vita, una vita hai capito, non Giulia, una vita e basta. Non pensare che c’è Giulia su quel tavolo, pensa che Giulia sia a casa, pensa che farai tardissimo come tante altre volte ma che alla fine avrai salvato un’altra via. Vai ora!”.

Riacquistai la lucidità e aprii il mio cuore nel mentre aprivo il suo cranio, sanguinai mentre lei sanguinava, le mie mani agivano per proprio conto, per l’esperienza acquisita in tanti anni ed in tante occasioni simili.

Quello che trovai mi sconvolse, sotto le meningi un vaso arterioso era praticamente esploso, capii subito che la mia dolce amante, amica, compagna aveva scarsissime probabilità di sopravvivere e che quelle poche probabilità erano tutte legate alla mia capacità di restare lucido e di dare il meglio di me stesso. Avrei voluto un dio da pregare, un dio da bestemmiare forse per il male che ci stava facendo, non ne trovai, ero solo, solo contro la morte, la sua e la mia.

Combattemmo duramente, per due volte l’ ultima dama cercò di portarsela via, due arresti cardiaci. L’anestesista riuscì a rianimare la mia piccola Giulia, la seconda volta con difficoltà la sottrasse alla morte. L’intervento durò molte ore, dieci, forse dodici non so. Giulia fu portata in rianimazione ed io restai in sala ancora per un po’ ripensando a tutte le tecniche che avevo posto in essere per salvarla, ripercorsi mentalmente l’intero iter dell’intervento alla ricerca di un possibile errore, di una banale distrazione, di qualunque cosa potesse rendere la situazione ancora più disperata di quanto non fosse, non ne trovai, ma sapevo molto bene che le speranze erano minime. Se fosse stato un qualunque paziente, all’uscita dalla sala operatoria, incontrando i parenti in ansia, avrei detto loro: “L’intervento è tecnicamente riuscito ma non posso garantire che il vostro congiunto sopravviva, troppo gravi le lesioni, fra alcuni giorni potrò essere più preciso”. Parole fredde, come un bollettino di guerra, senza sentimento, senza partecipazione, chi fa il mio mestiere non può farsi coinvolgere, troppo spesso a vincere è la morte e se ci si lascia trasportare dal sentimento è finita, non si può continuare. Infatti decisi che non avrei mai più aperto il cranio di un paziente, che non mi sarei mai più misurato con la morte, non su un terreno a lei così favorevole.

Velocemente mi cambiai, tolsi il camice imbrattato dal sangue della mia piccola dolcissima donna, prima di gettarlo nel raccoglitore di rifiuto lo fissai e mi chiesi se dovevo gettare via parte del mio amore, quel sangue che macchiava il mio camice era parte della persona che amavo intensamente. Mi accorsi che piangevo e che avevo il viso rigato dalle lacrime, cercai di detergermi con le mani ma indossavo ancora i guanti in lattice intrisi del sangue di Giulia, mi imbrattai il viso. Una infermiera, che mi doveva aiutare a cambiarmi se ne accorse e discretamente si avvicinò pulendomi il viso con una compressa di garza imbevuta d’acqua, quindi, mi aiutò a cambiarmi e tenne il camice macchiato di sangue ben ripiegato sul banco, probabilmente attendendo che mi allontanassi prima di buttarlo tra i rifiuti.

Raggiunsi Giulia in terapia intensiva, era intubata e drenata, un sondino naso gastrico le attraversava il volto, pallidissimo, gli occhi erano chiusi e lo sarebbero stati a lungo, l’avevamo posta in coma farmacologico, in ogni caso sarebbe stata in coma clinico, se reversibile lo avremmo saputo solo dopo aver eseguito tutti i test di rito, tra qualche ora per lasciare al suo corpo il tempo di assorbire parte dello stress subito.

Mi sedetti su di una poltroncina accanto al suo letto e continuai a fissarla, mi sembrava di aver commesso un sacrilegio entrando in modo così invasivo nel suo corpo ed ancora ripensavo a tutte le fasi dell’operazione, analizzavo le azioni mie e quelle dei miei collaboratori, non trovavo errori. Il primario entrò nella camera e, quasi sussurrando, mi disse: “Sei stato grande, non ho mai visto fare quello che tu hai fatto questa notte, se si salverà, e sono sicuro che si salverà, saranno state le tue mani che l’avranno salvata, hai un grande dono, Dario, non sprecarlo, non puoi sprecarlo, non è solo tuo, è il mezzo attraverso il quale puoi aiutare e riportare in vita chi ormai non ha più speranze”, nel dire queste parole sentii la sua voce farsi roca, mi girai e mi accorsi che il mio vecchio professore piangeva, piangeva con me, con una mano mi strinse una spalla e si allontanò, lo guardai e mi sembrò improvvisamente invecchiato o forse lo era già ma io non me ne ero mai accorto.

Ad un certo punto la stanchezza ebbe il sopravvento e mi addormentai, con la testa poggiata sul letto di Giulia e con la mia mano che delicatamente stringeva la sua.

Improvvisamente mi svegliai, ero sudato, affannavo ed avevo la vista offuscata, una netta sensazione di irreparabile mi aveva destato, mi scossi ed osservai i monitor, i parametri vitali erano normali, per le condizioni in cui si trovava Giulia, era stato un terribile incubo, certo un incubo veramente terribile prima e durante il breve sonno. Stavo per incominciare rilassarmi quando un cicalino iniziò a suonare insistente, rapidamente tutti i valori monitorati stavano cambiando, tutto precipitava intorno. Accorse subito l’equipe di rianimazione e si misero all’opera, io non potevo fare nulla solo osservare quel che succedeva come se avvenisse in sogno, come se non mi fossi svegliato e l’incubo continuava, osservavo e trattenevo il respiro, forse nel timore di poter cambiare, in peggio, le cose con un semplice alito. Qualcuno mi allontanò di poco costringendomi a lasciare la mano che ancora stringevo, avevano bisogno di spazio. “Arresto cardiaco, arresto cardiaco!” Qualcuno gridò, subito cercarono di rianimarla con l’elettrostimolatore  cardiaco, una, due, tre volte, poi le iniettarono adrenalina direttamente nel cuore e riprovarono con le scariche elettriche.

“Decesso ore…” Io restai fermo sulla poltroncina, cosa dicevano, quale decesso, di cosa parlavano, dannati incompetenti, io ero l’uomo dei miracoli, io l’avevo salvata non poteva morire, non poteva, non Giulia. No, non volevo, nessuno poteva portarmela via, troppe le cose che dovevamo ancora fare, tanti i giorni e le esperienze da condividere, tanto amore da dare e da ricevere.

Se lei era morta io avevo fallito, non so dove ne quando ma durante l’intervento avevo commesso sicuramente un errore, la fabbrica di miracoli aveva sbagliato.

Nei giorni che seguirono tutti, soprattutto Andrea ed il primario cercarono in tutti i modi di convincermi che io non avevo sbagliato i nulla, che la situazione era praticamente irrisolvibile ben prima dell’intervento, il vecchio professore, pur di convincermi, si riguardò l’intero video dell’intervento e dichiarò che era stato ineccepibile, anzi era stato una vera sfida alla morte, purtroppo una sfida persa. Non volevano comprendere che non ero interessato al mio operato, se la mia perizia chirurgica fosse stata o meno all’altezza di quella situazione, io non volevo perdere Giulia e se lei non c’era più la colpa doveva essere per forza di qualcuno, doveva essere mia. Troppo avevo goduto del piacere di saperla mia, troppa felicità ci aveva pervaso e colmato i cuori. Io sapevo che tutto si paga e che un giorno ci sarebbe stato presentato il conto, lo avevo sempre saputo, quel che era successo era solo il ripetersi di una vicenda che si moltiplicava all’infinito. Ne ero sicuro: era già successo e forse sarebbe successo ancora in futuro, un altro Dario ed un’altra Giulia si sarebbero incontrati, trovati, amati per poi perdersi.

Otto anni oggi, il tempo è trascorso ed io ho atteso, non il figlio che Giulia avrebbe voluto darmi, ma che in me il dolore si trasformasse in un inaccettabile senso di colpa, in un insopportabile vuoto, e così mi ero convinto che il cerchio degli eventi poteva essere spezzato, che avrei potuto evitare il ripetersi di quella terribile tragedia e finalmente tornare ad essere l’uomo dei miracoli, colui che strappa vite alla morte.

Così quella mattina sciolsi gli ormeggi della barca e mi diressi a venti miglia a nord del porto, l’ecoscandaglio mi indicò quando superai la secca che dall’abisso saliva fino a settanta metri dalla superficie, percorsi ancora qualche miglio, ora la profondità superava i mille metri. Spensi i motori. Scesi nella stiva, in mani stringevo una grossa chiave inglese, entrai nel vano motori ed allentai i bulloni delle cuffie di entrambi i motori, subito un potente fiotto d’acqua incominciò a riversarsi all’interno dell’imbarcazione. Risalii nel pozzetto di guida, tirai fuori la catena, lunga poco più di un metro, e due lucchetti, bloccai un capo della catena al supporto metallico della poltroncina di guida, saldamente fissato al ponte, l’altra estremità la fissai alla caviglia del mio piede destro, chiusi i due lucchetti e gettai le chiavi in mare attraverso l’oblò aperto. Non perché temessi di cambiare idea all’ultimo momento ma solo perché volevo che il mio corpo restasse bloccato all’interno dell’imbarcazione.

Sentivo il ruggito dell’acqua che invadeva la stiva e poi il pozzetto, infine l’imbarcazione si inclinò di prua, prima lievemente e poi, velocemente, aumentò l’inclinazione, affondavo, ora l’acqua entrava anche dagli oblò che, volutamente, avevo lasciato aperti. Ora scivolava veloce verso il fondo e tutto intorno a me era scuro, la cosa non sembrava avere alcun effetto su di me, oppure quel che doveva accadere era già accaduto ed io non me ne ero neanche accorto.

Improvviso, alla mia destra, vidi un bagliore, una forma indistintamente familiare, rapidamente si trasformo nella mia Giulia, nel mio perso amore, nel mio ritrovato amore, sorrideva, con le labbra strette strette come solo lei sapeva fare, mi si avvicinò e prese la mia mano, la strinse forte e mi guardò, rividi, finalmente, di nuovo nei suoi occhi lo scintillio che mi aveva incantato.

Ora, solo ora, senza timore di suscitare l’invidia di dei malevoli potei gridare forte:” TI AMO”.

di Luigi Orsino

Dedicata a mia moglie, mia compagna di vita, che ha saputo sopportare le sventure con tanta forza e coraggio da costringere anche me ad essere forte.

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Informazioni su Luigi Orsino

Studi di medicina presso l'Università Federico II di Napoli. Imprenditore, scrittore, blogger. Molto attivo nel contrastare la criminalità organizzata, camorra ed ogni altra mafia, contro cui ho lottato duramente e lungamente. Ancora oggi continuo a lottare, e a subire intimidazioni ed attentati, ma per fermarmi dovranno uccidermi. Amo scrivere, di tutto: articoli, racconti, romanzi, poesie. Gli animali, tutti, sono miei simili, il lupo è il mio animale "Totem". Adoro guidare, in off road soprattutto.

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One Comment su “NON LO DISSI MAI”

  1. Salvatore Aiello Dice:

    Già… l’Amore – che è un grande mistero – è la chiave vera di tutte le nostre porte interne; anche di quelle lontane, che si trovano nei nostri inesplorati scantinati o su, in alto, nelle nostre apparentemente irragiungibili soffitte.

    Rispondi

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