GROUPANSIA – Perché il Social Shopping fa male alla salute… e al conto in banca.

8 febbraio 2012

Il Caso


groupon - attenzione

Negli ultimi mesi anche in italia abbiamo assistito ad una proliferazione dei siti di social e-commerce, daily deal, social shopping, ovvero, utilizzando la nostra cara amata lingua italiana, siti di promozione per acquisti di gruppo a prezzo ribassato.

Il fenomeno non può che destare l’interesse di molti acquirenti, che trovano il sistema comodo (gli acquisti si fanno on-line) e, per certi versi, accattivante, in quanto promette notevoli risparmi sul prezzo abituale di alcuni beni e/o servizi.

Un’analisi dettagliata ed esaustiva delle logiche di funzionamento  delle proposte commerciali promosse da questi siti è già stata effettuata nell’editoriale curato da Pierpaolo Panico https://pensareliberi.com/2012/01/16/social-shopping-tra-gioie-e-dolori-groupon-e-davvero-tuttoro-quel-che-luccica-facciamo-attenzione/

pertanto, lasciando ad ognuno la libertà di valutare, in base alle esperienze personali, se il social shopping è conveniente o meno, mi sono limitato a vagliarne la compatibilità con la normativa italiana e, nello specifico, il rispetto del Codice del Consumatore.

La scelta sul sito da “crocifiggere” è caduta su Groupalia, secondo solo a Groupon per notorietà, e per ora non interessato dai servizi di Striscia la Notizia, seppur agisca con le medesime modalità.

Durante l’analisi delle segnalazioni ricevute e lo studio delle pratiche commerciali adottate, ingenuamente è sorta la domanda: come mai su internet, luogo di protesta immediata, si trova così poco in relazione ai malcontenti generati dai siti di social shopping? La risposta è pervenuta immediatamente dalla redazione, che mi ha ricordato che i siti di social shopping utilizzano i loro considerevoli proventi per acquistare pubblicità in modo capillare su tutti i social network, i blog più frequentati e le testate giornalistiche online, producendo così una sorta di “omertà mediatica” che oscura le lamentele degli utenti.

Dalla disamina è scaturita una notevole quantità di violazioni ai diritti dei consumatori, raccolte nella richiesta d’intervento all’AGCM (Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato) inviata da NERO SU BIANCO – Associazione Consumatori il 28 gennaio 2012 (link al file 1), cui ognuno può aderire, scaricando il modulo per le segnalazioni degli utenti (link al file 2) e seguendo le istruzioni per la compilazione e la spedizione.

I danni peggiori causati dal dilagare delle pratiche commerciali dei social shopping, tuttavia, sono intangibili, perlomeno nel breve termine, e vanno al di la di quanto la legge prevede e reprime.

I c.d. partners, cioè le aziende (piccole o grandi) che si lasciano affascinare dalla “pubblicità gratuita” offerta dai siti, in realtà si trovano ad ottenere una pubblicità negativa, causata dal peggioramento dei servizi offerti agli acquirenti (e non potrebbe essere diversamente, visto che la quota pagata ai siti si attesta sul 50% degli importi pagati dagli utenti, e solo il rimanente spetta ai partner), i quali, a loro volta, erano stati attratti dalla possibilità di poter acquistare un bene/usufruire di un servizio ad un prezzo vantaggioso.

Con il risultato che il partner si pente della scelta operata; nel caso della fornitura di servizi, cercando di eliminare con ogni modalità possibile i “couponisti” per non lavorare sottocosto, nel caso della fornitura di beni, scomparendo dalla circolazione.

La scarsa trasparenza che caratterizza le offerte, impedisce al consumatore di percepire le dimensioni e l’affidabilità del partner, accecandolo con l’irripetibilità di un’offerta vantaggiosissima;

tanti genitori  hanno dovuto spiegare ai loro pargoli che Babbo Natale forse si era perso per strada il giocattolo, acquistato mediante i social e-commerce, con consegna garantita prima di Natale e, ovviamente,  mai arrivato…

A mero titolo tuzioristico, ricordiamoci che ciascuno di questi operatori si autodefinisce “piattaforma di compravendita di gruppo” o “intermediario per acquisti di gruppo”. Queste due definizioni in realtà identificano un soggetto che, raccolto un numero cospicuo di richieste, sceglie il fornitore disponibile a soddisfarle al prezzo più conveniente, lasciando inalterata la qualità del servizio.

L’azione svolta costituisce l’antitesi di quella appena esposta: i siti contrattano con i fornitori delle condizioni di vendita al ribasso, giustificando la loro quota con la pubblicità “gratuita”, per poi promuoverle (spesso in overbooking, quindi eccedendo le possibilità del fornitore) ad un numero assolutamente indefinito di utenti, salvo poi “tirarsi fuori” da ogni problematica che possa sorgere ( e ne sorgono…) sia con il partner che con l’utente, adducendo un mero ruolo da intermediario.

La figura ibrida delle Società, che si presentano come intermediari, ma svolgono, a seconda della convenienza, funzioni di rappresentante commerciale, promotore, agente pubblicitario, mediatore d’affari, broker, comporta un inquinamento della trasparenza nei rapporti commerciali, che essi siano con l’utente o con il partner.

L’attività delle Società, così come strutturata, impedisce all’utente di ottenere un’informazione adeguata in ordine a ciò che acquista; non rispetta i diritti del consumatore, nonché quelli dei partner: l’operato delle Società comporta un decadimento dei servizi dei partner (i quali sono vittime del c.d. overbooking, a causa del dissennato, incontrollato, e, soprattutto, arbitrario ampliamento delle campagne promozionali), e, ovviamente, della possibilità di usufruire dei servizi e/o della fornitura dei beni acquistati dagli utenti.

La convenienza strettamente economica delle offerte, in realtà nasconde un servizio peggiore, ovvie limitazioni dei diritti dei consumatori, oltre che un congenito deperimento del partner (il partner incassa il 50% di quanto il consumatore paga, il resto rimane alle Società), in virtù della moltiplicazione arbitraria dei coupon venduti per lo stesso bene/servizio.

In pratica, il partner, convinto dai promotori a stipulare un contratto con la stessa (le cui condizioni non sono conoscibili dagli utenti), si trova poi a dover fornire una quantità indeterminabile di beni e/o servizi dietro un compenso minimo, peggiorando la qualità, ritardando i tempi di consegna, ovvero prorogando (anche in buona fede, ad esempio un ristorante da 20 coperti impiega 1 anno a poter soddisfare le prenotazioni di 1000 coupon venduti) i termini anche oltre la scadenza del bonus.

Il consumatore, dal canto suo, acquista un bene senza conoscere il venditore e i tempi di consegna; acquista un servizio inconsapevole delle limitazioni che gli verranno poste per usufruirne e della bassa qualità che lo caratterizzerà, coltivando un dissapore per il venditore, che, a sua volta, otterrà solo pessima pubblicità.

Agli occhi del consumatore, un’occasione per risparmiare denaro, agli occhi del partner un canale pubblicitario a costo zero;

sennonché, all’atto pratico, il consumatore si trova a non ottenere ciò che gli è stato promesso, perlomeno non nelle forme in cui gli era stato pubblicizzato, mentre il partner si trova a dover lavorare sottocosto, spesso con un peggioramento della qualità che gli fornisce pubblicità negativa, mentre l’intermediario scarica la responsabilità sui partner stessi e non offre un servizio clienti adeguato, nonostante gli attivi di bilancio indubbiamente lo permettano.

Per concludere, se dover rincorrere il vostro acquisto per mesi o incastrare le date concesse per usufruire del vostro “coupon” vi stressa, abbandonate il social shopping. Molto spesso quell’offerta così bassa nasconde una scommessa sulla possibilità di ottenere ciò che avete pagato…

Dott. Daniele La Valle
Presidente “NERO SU BIANCO” Associazione Consumatori
www.nerosubiancotorino.it
 
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2 commenti su “GROUPANSIA – Perché il Social Shopping fa male alla salute… e al conto in banca.”

  1. madcow78 Dice:

    La chiusura di questo post è emblematica della situazione che si è creata. Se andate a vedere il dialogo che abbiamo instaurato con il Country Manager di LetsBonus in questo post http://opinionigroupon.wordpress.com/2012/02/05/opinioni-sulla-baldanza-di-max-laudadio-e-striscia-la-notizia-con-letsbonus-groupon/ vedrete che anche noi stiamo parlando di gioco d’azzardo, di scommesse e non di acquisti di e-commerce.

    Inoltre, la cosa triste è che quella che è stata definita “omertà mediatica”, come abbiamo riportato in più post, si tramutata in promesse false e minacce di querela.
    Di fatto, questi servizi di social hanno ben poco visto che trattano il web quando non gli è servizievole con le stesse pretese della Repubblica Popolare Cinese: censure e minacce!

    E meno male che questi dovrebbero essere il motore della nuova bolla 2.0!

    Rispondi

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