OMICIDI DI STATO

22 marzo 2013

Cultura e Società


labottegadeisuicidi

Portici. Suicidio al porto del Granatello

È giallo nel porto del Granatello. I residenti del posto questa mattina sono stati costretti ad un tragico risveglio, un uomo di 30 anni residente a Ercolano si è impiccato. L’uomo trovato senza vita Acunzo Pasquale, trentenne panettiere disoccupato di Ercolano  ha lasciato scritto  su di un biglietto prima di dirigersi nel porto del Granatello di Portici dove ha deciso di togliersi la vita impiccandosi, “di non sopportare piú la grave crisi economica che stava vivendo”. Il corpo dell’uomo senza vita è stato rinvenuto da alcuni pescatori  che si dirigevano sulla banchina del porto verso le otto di ieri mattina.  Il corpo dell’uomo  era legato ad una corda attaccata alla ringhiera del Trincerone ferroviario, Acunzo ha legato la corda e si è lanciato nel vuoto, all’interno di un cortiletto aperto nella zona del porto. Un suicidio senza dubbio, sul quale stanno indagando le forze dell’ordine che sono intervenuti sul posto dopo che i pescatori avevano dato l’allerta alla capitaneria di  porto . Al momento gli investigatori non si sbilanciano sui motivi che hanno portato il giovane all’estremo gesto.

(Da Miglionews.it del 19 marzo 2013)

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A Portici e nei paesi vesuviani posti a sud del Vesuvio io ho trascorso tutta la mia vita. Ma soprattutto Portici ha visto la mia infanzia, la giovinezza e poi il nascere e morire delle mie imprese. Sempre a Portici, al Granatello per la precisione, mio padre, artigiano, aveva la sua bottega di falegnameria dove io lavoravo nel mentre continuavo gli studi.

Quando ero ragazzo il Granatello, con il suo porto, era una zona amena, il mare era pulito e d’estate tanti porticesi affollavano la spiaggia delle Mortelle. Poi vennero gli anni del degrado ed infine, ultimamente, l’area è stata in gran parte risanata e restituita alla cittadinanza.

Quella zona è carica di ricordi, alcuni piacevoli, altri decisamente tristi: mio padre morì nella sua bottega mentre era intento al lavoro, quel lavoro che era parte della sua vita e dal quale non sapeva distaccarsi.

Ho provato tanta pena nell’apprendere della morte di quel povero giovane, non già perché la sua morte sia diversa dalle tante altre avvenute in tutta Italia in circostanze analoghe e per motivazioni simili, ma unicamente perché il fatto è accaduto in un luogo a me tanto familiare. Ora io sono costretto a vivere lontano da quei luoghi e non nego che la nostalgia mi assale, spesso, prepotente conducendomi fino alle lacrime di commozione.

Quel corpo sospeso ad una corda avrebbe potuto essere il mio.

Dopo anni di duro lavoro la camorra mi ha portato via buona parte dei miei beni, frutto del lavoro e dei sacrifici non solo miei ma della mia famiglia tutta. Ciò che non ha potuto completare la camorra lo ha fatto lo Stato, pignorando e vendendo all’asta ciò che era restato, finanche la casa in cui abitavo, per soddisfare i debiti che avevo verso le banche e che non avevo potuto onorare perché strozzato dai camorristi e dagli usurai. Quello stesso Stato che non essendo stato in grado di proteggermi mi aveva consegnato nelle mani dei miei aguzzini, quello stesso Stato che aveva permesso alle banche, attraverso i loro sporchi giochi, di decuplicare l’importo del mio debito.

ImmagineTante volte ho pensato di farla finita, ogni volta che una porta mi è stata sbattuta in faccia, ogni volta che ho ricevuto un rifiuto a quelli che erano un mio diritto, ogni volta che le istituzioni mi hanno negato il promesso supporto, il sostegno dovuto a chi denunciando liberava la società da feroci parassiti. Lo sconforto era ed è il mio compagno quotidiano; sentire che la propria dignità si assottiglia lentamente, ma inesorabilmente, ogni volta che sei costretto a tendere la mano per chiedere un aiuto, diciamolo pure la carità, per poter sopravvivere, per poter mettere in tavola almeno un pezzo di pane la mente corre veloce verso la liberazione di una fine rapida e indolore, una fine in grado di restituirti la perduta dignità dimostrando che di onestà e legalità si può anche morire, morire come libera scelta.

Non voglio fare l’apologia del suicidio, dico solo che il gesto del giovane morto a Portici non è il gesto di un vile, è l’ultimo potente grido di dolore di un uomo umiliato che non poteva sopportare di continuare a vivere in un mondo dove la solidarietà è sconosciuta. Quel corpo poteva essere il mio ma non lo era, io ho scelto di morire giorno per giorno, di lottare contro il mostro che strangola la nostra terra e contro coloro che lo proteggono e lo sfamano gettando tra le sue fauci le nostre vite.

Quel giovane morto in riva al mare, ed i tanti altri morti in ogni parte d’Italia, sono morti di mafia; uccisi da chi ha stretto patti con i criminali, ha fatto della politica stessa un’attività criminale di stampo mafioso.

Il patto osceno tra le forze criminali e le forze politiche per creare gruppi di potere in grado di gestire e orientare, a proprio esclusivo beneficio, le sorti del nostro paese è un insulto contro l’umanità tutta.

Quando i polimafiosi ci mentono con spudorata arroganza, pensando che noi non si sia in grado di distinguere il grano dalla gramigna si sbagliano. Nessuno può pensare che per migliorare le sorti economiche di una nazione occorra affossarla con tasse e manovre tese a deprimere l’economia. Tali “rimedi” sono peggiori del male: generano recessione, crollo dei consumi, chiusura di centinaia di migliaia di aziende e perdite di milioni di posti di lavoro e centinaia di uomini che schiacciati dal peso della disperazione scelgono una morte onorevole ad una vita di stenti. Se veramente si volesse far rifiorire l’economia occorrerebbe che le tasse fossero ridotte, che le aziende avessero agevolazioni e che si incentivasse l’assunzione con opportuni benefici e sgravi. In realtà non è il paese che si vuole aiutare ad uscire dalla morsa della recessione ma tutto quanto è stato fatto va nel senso diametralmente opposto. La recessione affossa la stragrande maggioranza della popolazione ma arricchisce a dismisura chi specula sui mercati internazionali. Noi non siamo altro che sacrificabili marionette nelle mani di “pupari” senza scrupoli.

 Io non riconosco la mia patria in questo Stato, le due entità non sono coincidenti, sono due cose distinte e separate. La patria è la mia terra con le sue tradizioni e con gli uomini che l’hanno fatta, lo Stato è un’accozzaglia di intriganti maneggioni, mafiosi e collusi con la mafia, uomini rotti a tutti gli espedienti per conservare i loro benefici ed accrescerli sempre più. Uno stato in cui, tra gli altri abomini, l’usura è legalizzata e omologata da leggi creata ad hoc (leggi Equitalia) non può essere la mia patria.

Allora io dico: Italiani non pagate il pizzo allo Stato. Con le tasse che voi pagate c’è chi vive da nababbo mentre noi facciamo la fame e siamo costretti a vedere i nostri giovani appesi ad una ringhiera in riva a quel mare che ci fu tanto caro.

 LUIGI ORSINO

GalileoAmbulanzeBig

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Informazioni su Luigi Orsino

Studi di medicina presso l'Università Federico II di Napoli. Imprenditore, scrittore, blogger. Molto attivo nel contrastare la criminalità organizzata, camorra ed ogni altra mafia, contro cui ho lottato duramente e lungamente. Ancora oggi continuo a lottare, e a subire intimidazioni ed attentati, ma per fermarmi dovranno uccidermi. Amo scrivere, di tutto: articoli, racconti, romanzi, poesie. Gli animali, tutti, sono miei simili, il lupo è il mio animale "Totem". Adoro guidare, in off road soprattutto.

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One Comment su “OMICIDI DI STATO”

  1. Angelo Dice:

    difficile trovare parole adatte, rimane lo sconforto, la rabbia repressa da troppo tempo, lo scenario quotidiano colorato di ingiustizie e tornacontismi sconcertanti …. tristezza x la fine di questo ragazzo, stima x Luigi Orsino, come sempre

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