La storia di Sandra

28 dicembre 2014

Cultura e Società


Un mattino Sandra si reca in ospedale. Deve “fare” un’eco addome completa. Lei deve sempre sottoporsi a questo controllo. Sempre. Sandra vuole fuggire. Non può. Il medico: “Caspita. Vedo delle macchie nel fegato”. Sandra è impietrita. E’ atterrita. Risponde con il controllo della paura: “Che significa?”. “Può essere tutto e può essere nulla. Occorre una risonanza magnetica”. Sandra non piange, pensa solo che “doveva aspettarselo”. Il cancro-mostro vuole giocare ancora con lei. Già, vuole giocare. E poi, la risonanza. Niente di grave: un falso allarme. Il medico ha sbagliato e le macchie sono irrilevanti. Se fossero state rilevanti, avrebbe avuto qualcosa al fegato….E al fegato il mostro, non perdona. Sandra racconta che ogni volta è un incubo. Ogni volta è una noia mista a paura. Paura inconscia. Paura conscia e sottile. Sottile come un giunco che il vento percuote, il vento impetuoso che scuote i rami in un temporale d’inverno. Sottile come il freddo che penetra e fa rabbrividire. Dawkins scrive: “E’ una fortuna vivere”.

Rosa Mannetta

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Informazioni su Rosa Mannetta

Mi chiamo Rosa Mannetta e sono una malata di cancro in follow-up dal 2008. Ho affrontato la chemioterapia a bersaglio molecolare e, dopo cure devastanti, sono qua a raccontare situazioni inenarrabili. Insegno lingua italiana agli stranieri. Assumo dei farmaci che mi rendono stanca, con una notevole astenia e spesso mi devo assentare, con la decurtazione dello stipendio, come tutti i dipendenti pubblici. Ciò mi succede perché le commissioni mediche non mi hanno riconosciuto l’art. 33 della legge 104 del 1992 e ho solo l’art. 21, cioè non sono sottoposta a trasferimenti. I miei amici malati di cancro mi hanno detto che devo segnalare la situazione dell’abbandono in cui viviamo, della dignità negata, dei pregiudizi espressi e non, della mancanza di affetto delle persone che dovrebbero esserci vicine. E’ da tempo che descrivo questa situazione, ma sono una voce che muore nel deserto delle coscienze, delle sensibilità inermi. Noi malati sopravvissuti, siamo dei naufraghi in balia del vento, su una zattera improbabile. Siamo in un periodo di grande crisi istituzionale, ma noi non possiamo essere cittadini di un Paese che non considera le nostre rivendicazioni. Forse ho sbagliato a sottopormi alla polichemioterapia e a 40 sedute di radioterapia... Chissà…Forse, come diceva U. Foscolo, il sepolcro, mi rappresenta e ci rappresenta. Mi viene un dubbio: "Sarebbe stato opportuno diventare un cadavere in una bara?". Ero candidata a morire! Forse una lapide è più efficace. Lo dico e ne sono convinta.

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