WARGAMES – GIOCHI DI GUERRA – Una recensione “gomblottista”

9 gennaio 2015

Cinema


NORAD

Ieri sera ho rivisto con grande piacere “WarGames – Giochi di guerra”, con un Matthew Broderick d’annata il quale, francamente, mi sembra più adulto in questa pellicola (1982) rispetto alle ultime uscite. Comunque, ora come allora (ero un dodicenne in piena ciccia e invaso dai brufoli) rimango stupito da tanta tecnologia, e penso come questa tecnologia e l’informatica che la supporta, in più di trent’anni abbia fatto passi enormi. Una crescita esponenziale, dai videogiochi (i famosi arcade) con cui il protagonista si diletta fino alle strumentazioni e sistemi di difensa automatizzati degli americani, che fanno bella mostra di se per quasi tutta l’intera durata della pellicola. A proposito, so che esiste veramente un NORAD (North American Aerospace Defense Command) al centro degli Stati Uniti, posto sotto una montagna (Cheyenne Mountain), una specie di città scavata nelle profondità, ed è una struttura pensata e costruita per difendere l’area nordamericana (compreso il Canada con cui lo Zio ha stretto un accordo politico-militare) da qualsiasi tentativo di attacco, da qualunque parte del pianeta esso arrivi.

Ora, al di là del buonismo smielato della pellicola, tutta intrisa di cuori e cuoricini e il mitico BENE che alla fine (sempre ultimo arriva, ‘sto scemo!) trionfa sul proverbiale istinto di autodistruzione insito nella natura umana, leggendo tra le righe di una sceneggiatura a dir poco semplice come quella di un cartone animato (e questo vale come 1/2 recensione), non posso non scorgere il tentativo (uno dei tantissimi) dello sceneggiatore di mettere in vetrina i muscoli di un paese che fa della propria forza e della propria irruenza (e arroganza) in campo tecnologico e militare il proprio biglietto da visita nonchè la sostanza e la missione della sua stessa esistenza. Insomma, ti diverti, ti rilassi, due orette di spettacolo più che dignitoso, naturalmente fai il tifo per il ragazzino tutto genio e sregolatezza (compresa l’amichetta) invischiato suo malgrado nella torbida vicenda informatica innescata da un computer, il fantomatico e “ineffabile” WOPR (War Operation Plan Response) che (poverino!) non sa capire quando è il momento di smettere di giocare (così passa il suo tempo, a giocare, cioè a valutare, a provare, a prevedere) e quando invece è del tutto inutile visto che “…l’unica mossa vincente è non giocare affatto“.WOPR

Ma, nel frattempo il tuo cuore batte per le vicende dei nostri piccoli eroi, le immagini e il contesto scenografico, elementi cinematografici che starebbero solo apparentemente in secondo piano, sono i veri protagonisti del tuo inconscio di inerme spettatore, al quale si inoltra incessantemente la raccomandazione di non rompere le palle allo Zio, perchè vede e può tutto, e quindi devi rispettarlo e ammirarlo e devi decretarne la sua potenza. Egli è ovunque. Egli è tutto. Ma come fai a non rimanere a bocca aperta in mezzo a tante luci e lucine, led, numeri digitali, computer sofisticatissimi, monitor a go go, alcuni di centinaia di pollici che “monitorano le triettorie dei probabili punti di impatto degli obiettivi prefissati“, tutto sotto controllo, militari impettiti e un megagenerale che – se adeguatamente provocato – …”farà saltar fuori quei bastardi da sott’acqua se necessario“, allundendo ai virtuali sommergibili sovietici in avvicinamento alle coste americane. A dir il vero, questo tipo di linguaggio alla cow-boy, che fa molto uomo duro e impavido, sprezzante del pericolo e sempre pronto a fare a cazzotti, altro non è che la tipica espressione della propaganda staunitense di quegli anni, autentico contraltare dell’eterno nemico rosso, unico sponsor della politica espansionistica (e molto disinvolta, alla “cow-boy” appunto) dell’america reganiana dei primi anni ’80. Erano gli anni della guerra fredda, gli anni in cui “Rocky, Rambo e Sting”, come cantava Venditti, erano i padroni assoluti della cultura popolare dell’intero occidente.

Ci sono milioni e milioni di pellicole che hanno sfruttano e sfruttano questo sistema di indottrinamento culturale che sono state rilasciate in ampie dosi ai nostri neuroni negli ultimi 50/60 anni, con il risultato che un (presunto) amico-alleato in realtà non fa altro che tenerci per le palle, dall’alto della sua prosopopea e per mezzo della sua inarrivabile Babele tecnologica. Questo è il messaggio. Tutto il resto mi sembra banale e inconsistente come un pan di spagna senza farcitura.
Joseph Paul Goebbels, il tristemente famoso gerarca nazista, braccio destro di Hitler e messo da questi a capo dell’organizzazione del regime che si occupava di propagandarne la grandezza (e la giustezza, sopratutto), se fosse sopravissuto fino ai giorni nostri, avrebbe sicuramente fatto qualche corso di aggiornamento presso Hollywood, dalla quale avrebbe sicuramente imparato di essere – al confronto – solo un emerito dilettante. Farebbe quasi tenerezza.

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Informazioni su Giovanni Mole'

Non sono un giornalista, non sono nemmeno laureato, ho un’istruzione mediocre perché mediocre è stata la mia carriera scolastica. Però, come tantissime altre persone di questo strano pianeta, ho molte cose da dire, perché penso tanto, mi interrogo su moltissime questioni, più o meno importanti, e quindi cerco avidamente delle risposte. Sono molto passionale e ho molte passioni e interessi. Sono informato più o meno su tutto quello che mi circonda, la realtà del mio tempo. Realtà che faccio fatica ad accettare e che mi provoca un certo disagio. Mi piace comunicare, parlare (scrivere in questo caso) se ho delle cose concrete da dire, pensieri sensati da tirar fuori. Diversamente, se ho dubbi o ignoranza, preferisco il silenzio. Meglio ascoltare. Non sono un uomo di fede, lo sono stato. O credevo di esserlo. Ma rispetto (anzi, invidio) profondamente chi ha fede, chi crede che ci sia un Dio che ancora non si sia stancato di noi. Quindi non mi piace il pregiudizio, sotto qualunque forma. Ho rispetto delle opinioni altrui, anche di quelle che avverso nel modo più acceso, ma se non sono d’accordo su una cosa non vuol dire che non sia pronto a cambiare idea e ricredermi. Se lo ritengo giusto e necessario.

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