Recensione del libro: “Quello strano click” di Ivana Posti

11 gennaio 2015

Cultura e Società


Il libro “Quello strano click, rispecchia il nostro tempo, la nostra attuale società. Una società complessa. Una società in cui in un passo del libro, si comprende quanto l’età sia un limite e l’autrice scrive: “Non hanno quasi mai risposte in realtà, ma sentenziano anche loro: sei troppo vecchia, (quando superi 35 anni lo sei) a questa età è difficile ottenere risultati positivi”. In un altro passo, prosegue: “Nella società industrializzata, come l’Italia, la percentuale di coppie colpite da infertilità è stimata dal 15 al 25%……”. E’ un libro che si legge subito. Si legge in modo veloce. Si legge perché è lo specchio dell’anima di una donna che lotta per avere un figlio, che affronta sofferenze fisiche notevoli e che i molteplici tentativi proposti dalla ricerca scientifica, risultano vani. E’ un libro introspettivo dove si nota che la solitudine del proprio “io”, incombe sulla donna, sulla coppia, sull’indifferenza del mondo circostante. L’autrice evidenzia il suo desiderio di “perdonarsi” e che riprende la sua vita perché “la tua vita ha bisogno di te ed è tornata a prenderti”. La conclusione ottimistica sulla vita, in questo momento storico, è funzionale: si ha bisogno dello slancio di “andare avanti”, di proseguire. E’ come seppellire l’angoscia di non poter avere figli, seppellire la paura di far nascere un bambino in un periodo di recessione, è come vincere, pensando di ricostruire dalle macerie di un ciclone che ha seminato distruzione.  Dopo la disperazione la vita. Il richiamo alla vita insegna che la stagnazione economica, non deve distruggere la speranza. E’ come un treno in corsa che non deve arrestarsi, è come il sole dopo la pioggia che ha imperversato…. Abbagnano scriveva che “vivere è esaltare la fortuna di esistere…”. Al di là di tutto, la vita è l’esplosione di ciò che è in noi. Noi, se vogliamo, possiamo sempre andare oltre. Noi, se…..

Rosa Mannetta

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Informazioni su Rosa Mannetta

Mi chiamo Rosa Mannetta e sono una malata di cancro in follow-up dal 2008. Ho affrontato la chemioterapia a bersaglio molecolare e, dopo cure devastanti, sono qua a raccontare situazioni inenarrabili. Insegno lingua italiana agli stranieri. Assumo dei farmaci che mi rendono stanca, con una notevole astenia e spesso mi devo assentare, con la decurtazione dello stipendio, come tutti i dipendenti pubblici. Ciò mi succede perché le commissioni mediche non mi hanno riconosciuto l’art. 33 della legge 104 del 1992 e ho solo l’art. 21, cioè non sono sottoposta a trasferimenti. I miei amici malati di cancro mi hanno detto che devo segnalare la situazione dell’abbandono in cui viviamo, della dignità negata, dei pregiudizi espressi e non, della mancanza di affetto delle persone che dovrebbero esserci vicine. E’ da tempo che descrivo questa situazione, ma sono una voce che muore nel deserto delle coscienze, delle sensibilità inermi. Noi malati sopravvissuti, siamo dei naufraghi in balia del vento, su una zattera improbabile. Siamo in un periodo di grande crisi istituzionale, ma noi non possiamo essere cittadini di un Paese che non considera le nostre rivendicazioni. Forse ho sbagliato a sottopormi alla polichemioterapia e a 40 sedute di radioterapia... Chissà…Forse, come diceva U. Foscolo, il sepolcro, mi rappresenta e ci rappresenta. Mi viene un dubbio: "Sarebbe stato opportuno diventare un cadavere in una bara?". Ero candidata a morire! Forse una lapide è più efficace. Lo dico e ne sono convinta.

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