Recensione del libro di Giovanni Moschella: “Oltre la frontiera”

9 marzo 2015

Cultura e Società


Il libro del poeta Giovanni Moschella si legge con un impeto particolare, quell’impeto che scatena le emozioni in un crescendo di sensazioni miste a pacatezza e dolcezza, a nostalgia e realismo. Il poeta scrive: “Solo allora cercherò di conoscerti e ti ricorderò che sei nata da una lacrima di luna”, la lacrima di luce soffusa della luna, una luna permeata di tristezza; tristezza che sparisce “nei ritorni del sole”. Il ritmo della felicità incalza “in una nuvola così, all’improvviso consegnando il tuo sorriso al vento e alle stelle!”. La speranza si ritrova dopo aver toccato il fondo, “perché nelle tenebre, riesci a scorgere un barlume di luce…la luce della vita”. La speranza diventa un ideale di vita da vivere con quell’ottimismo che dipana la sofferenza. Le varie liriche evidenziano un invito a trovare e ritrovarsi in un animo libero, verso la pace interiore. Infatti, nella poesia “A Giovanni Paolo II”, il verso “è difficile parlare o stare in silenzio”, racconta lo smarrimento per la morte del pontefice polacco. E poi nel “Ricordo”, quando le gambe tremavano e le ovazioni del pubblico erano incoraggianti, il sipario del ricordo cala come un tempo ormai, trascorso. Alla fine risuona una sola parola: la speranza di una pace rassicurante. Un mondo migliore ci deve attendere.

Rosa Mannetta

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Informazioni su Rosa Mannetta

Mi chiamo Rosa Mannetta e sono una malata di cancro in follow-up dal 2008. Ho affrontato la chemioterapia a bersaglio molecolare e, dopo cure devastanti, sono qua a raccontare situazioni inenarrabili. Insegno lingua italiana agli stranieri. Assumo dei farmaci che mi rendono stanca, con una notevole astenia e spesso mi devo assentare, con la decurtazione dello stipendio, come tutti i dipendenti pubblici. Ciò mi succede perché le commissioni mediche non mi hanno riconosciuto l’art. 33 della legge 104 del 1992 e ho solo l’art. 21, cioè non sono sottoposta a trasferimenti. I miei amici malati di cancro mi hanno detto che devo segnalare la situazione dell’abbandono in cui viviamo, della dignità negata, dei pregiudizi espressi e non, della mancanza di affetto delle persone che dovrebbero esserci vicine. E’ da tempo che descrivo questa situazione, ma sono una voce che muore nel deserto delle coscienze, delle sensibilità inermi. Noi malati sopravvissuti, siamo dei naufraghi in balia del vento, su una zattera improbabile. Siamo in un periodo di grande crisi istituzionale, ma noi non possiamo essere cittadini di un Paese che non considera le nostre rivendicazioni. Forse ho sbagliato a sottopormi alla polichemioterapia e a 40 sedute di radioterapia... Chissà…Forse, come diceva U. Foscolo, il sepolcro, mi rappresenta e ci rappresenta. Mi viene un dubbio: "Sarebbe stato opportuno diventare un cadavere in una bara?". Ero candidata a morire! Forse una lapide è più efficace. Lo dico e ne sono convinta.

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