La scienza ha dimostrato che l’omosessualità non è una psicopatologia? E’ falso

27 giugno 2015

TABU', Terrorismo Ideologico


matrimonio-gay-omosessuale

L’omosessualità è del tutto normale: anche l’OMS la definisce come una semplice variante naturale del comportamento umano e la comunità scientifica da tempo non la considera più una malattia. Quindi le coppie omosessuali hanno diritto a sposarsi e ad adottare bambini“.

Bisogna premettere – a scanso di equivoci e al fine di evitare polemiche pretestuose – che chi scrive non cosidera l’omosessualità una malattina, né fisica né mentale, bensì una “inclinazione oggettivamente disordinata” e si riconosce nel dovere di accogliere le persone omosessuali “con rispetto, compassione, delicatezza” e a condannare nei loro confronti “ogni marchio di ingiusta discriminazione” (Cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2358).

Fatta questa doverosa precisazione, bisogna però ricordare che a questo ennesimo falso argomento si può replicare che il matrimonio non può essere concesso alla coppia omosessuale non in ragione della presunta malattia o disturbo che dir si vogliadelle persone omosessuali, ma piuttosto in quanto una tale configurazione di coppia non rispetta comunque il diritto del bambino ad avere un padre e una madre e non è pertanto idonea all’adozione dei minori.

Ora, dato che il matrimonio per sua natura comporta sempre almeno in linea potenziale l’adozione di bambini, risulta stabilito che, comunque sia, alla coppia omosessuale non  può essere concesso il matrimonio.

Come abbiamo già visto, quello del matrimonio non è un diritto assoluto, bensì resta vincolato a determinate caratteristiche che ne giustificano la ragione di istituto socialmente riconosciuto e tutelato. Non è quindi un problema di relazione tra (presunta) malattia e diritto al matrimonio. Non si può basare l’argomento del matrimonio in base alla definzione di omosessualità: che questa condizione sia o no una malattia, un disturbo o un disordine, se sia più corretta una denominazione piuttosto che un’altra, tutto questo non influisce sul dato di fatto oggettivo: si nasce da un padre e una madre ed il bambino ha il diritto di poter riconoscere il padre e la madre. Come sancito anche dalla Dichiarazione mondiale dei diritti del fanciullo (art. 7).

Dovremmo allora metterci in guardia dalle affermazioni superficiali e totalizzanti di coloro che sostengono pomposamente che l’omosessualità, in base ai criteri “scientifici” sanciti dal DSM (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) , non è più da considerarsi una malattia. Se da una parte non ci sono motivi per dubitare che non sia una malattia, dall’altra ci sono motivi per dubitare del metodo con cui si è arrivati a questa affermazione. Il rischio di questa dichiarazione è che essa possa diventare una pretesa di “giustificazione scientifica” per sostenere ulteriori manipolazioni ideologiche, a danno dei minori.
Per questo motivo (e non certo per discriminare le persone omosessuali che sono spesso duramente ed ingiustamente colpite), la questione della malattia in riferimento all’omosessualità andrebbe ulteriormente precisata e chiarita, in quanto non si tratta a ben vedere di problema soltanto nosologico, ovvero di descrizione e classificazione delle malattie.
Per l’analisi di questo fattore sarà bene ricordare qualche dato storico. La prima versione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, chiamato comunemente DSM, è stata redatta dalla più importante associazione psichiatrica americana (APA) nel 1952. Il DSM propone una nomenclatura ragionata di numerosissimi disturbi psichici definiti in tutte le loro varianti e classificati in base al loro aspetto fenomenico e pragmatico. Da precisare che viene però esclusa ogni considerazione relativa alle cause (eziologia), alla storia e alla vita psichica del soggetto. In origine il DSM teneva conto delle conquiste della psichiatria dinamica e della psicanalisi che riconduceva il disagio psichico e mentale a conflitti e ferite relative alla vita psichica del soggetto, al suo ruolo nella famiglia e al suo rapporto con l’ambiente sociale. Nel corso dei decenni gli approcci psicologici al problema sono mutati e vi sono state ulteriori revisioni e aggiornamenti del DSM (oggi siamo alla versione V) che si sono caratterizzati nel catalogare il disagio psichico e mentale nei termini di un “disturbo” o di un “disordine” e, in generale, nell’indebolire l’idea stessa di malattia cambiando così la sua denominazione. Sullo sfondo si trattava anche di aggiornare il DSM in base all’evoluzione del sistema sanitario, per esempio cercando di aggirare lo spinoso problema delle cause legali contro i medici, delle diagnosi sbagliate, dei rimborsi delle assicurazioni, elementi che contraddistinguono il sistema sanitario americano in cui è ben presente la potente influenza delle multinazionali farmaceutiche. Insomma, una questione complessa che come sempre s’intreccia al mondo politico ed economico e non riguarda affatto il solo campo medico.
I movimenti LGBT si basano dunque sulle più recenti modifiche nel catalogo del DSM per sostenere – come abbiamo visto senza ragioni – la loro pretesa diaccesso all’istituto del matrimonio e dell’adozione.
Occorre però precisare che queste modifiche definitorie nel DSM fanno parte di una storia non proprio recentissima, bensì di un percorso di quasi mezzo secolo in cui si è concretizzata una progressiva derubricazione non solo dell’omosessualità  ma anche di altre devianze dallo status di malattia e quello di orientamento. Dieci anni fa il Dsm-IV ha per esempio declassato la pedofilia da “malattia” a “disordine”. Ma nel nuovo testo, il Dsm-V (pubblicato quest’anno), l’Apa sembra fare un passo ulteriore come denuncia l’Afa (Associazione della famiglia americana): «Come l’Apa dichiarò negli anni Settanta che l’omosessualità era un orientamento sotto la forte pressione degli attivisti omosessuali, così ora sotto la pressione degli attivisti pedofili ha dichiarato che il desiderio sessuale verso i bambini è un orientamento». L’Apa distingue tra pedofilia e atto pedofilo: se il desiderio sessuale nei confronti dei bambini è un orientamento come gli altri, l’atto sessuale viene considerato “disordinato” per le conseguenze che ha sui bambini.

Ora, uno degli argomenti del movimento LGBT per affermare che l’omosessualità sarebbe “normale” si basa proprio sull’affermazione secondo la quale l’APA, nel 1973, ha cancellato l’omosessualità dal suo manuale diagnostico, il DSM; e sulla scia di questa decisione, l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) l’ha cancellata dal suo manuale diagnostico, l’ICD (International Classification of Disease), nel 1991.
Pochi però ricordano che questa decisione non è stato il frutto di un dibattito scientifico, ma di una operazione politico-ideologica. Dal 1968 gli attivisti gay manifestavano alle riunioni della “Commissione Nomenclatura” dell’APA, chiedendo e infine ottenendo di partecipare agli incontri. Da quel momento il dibattito scientifico fu sospeso e sostituito da discussioni di carattere politico e ideologico che sfociarono nel 1973 nella decisione di mettere ai voti la questione.

E’ così che l’omosessualità è stata derubricata dai manuali statistici grazie a una votazione (5.816 voti a favore e 3.817 contro). Nel DSM IV rimase la voce “omosessualità egodistonica” (che fu eliminata poi nel 1987), espressione che in generale designa soggetti spinti verso uno stato depressivo a causa di un conflitto con il proprio io.
Basti pensare che – non senza una certa ironia – il noto psichiatra Irving Bieber commentò la votazione del 1973: “Non si può davvero sostenere che la nuova posizione ufficiale riguardo l’omosessualità sia una vittoria della scienza. Non è ragionevole votare su questioni scientifiche come se si trattasse di mettere ai voti se la terra sia piatta o rotonda”.

È poi interessante la posizione di Robert Spitzer, che nel 1973 era presidente proprio della “Commissione Nomenclatura” dell’APA. Egli, in seguito a una ricerca compiuta nel 2001 e confermata nel 2003 sull’efficacia della terapia riparativa, afferma di aver cambiato idea in merito alla possibilità di cambiamento dell’orientamento sessuale. In una dichiarazione rilasciata al “Wall Street Journal” il 23 maggio 2001, egli afferma: “Nel 1973, opponendomi all’opinione prevalente dei miei colleghi, appoggiai la rimozione dell’omosessualità dalla lista ufficiale dei disordini mentali. Per questo motivo ottenni il rispetto dei liberals e della comunità gay, anche se ciò fece infuriare molti dei miei colleghi […]. Ora, nel 2001, ho mutato opinione e questo ha fatto sì che venissi presentato come un nemico della comunità gay e così la pensano in molti all’interno della comunità psichiatrica e accademica. Io contesto la tesi secondo cui ogni desiderio di cambiamento dell’orientamento sessuale di un individuo è sempre il risultato della pressione sociale e mai il prodotto di una razionale motivazione personale…”.
Come si vede, in questa vicenda ci sono molte “stranezze”.
Comunque sia, emergono dubbi non solo di carattere metodologico, ma anche logico:

1) Ad oggi nessuno sa indicare con esattezza scientifica quali sono le cause dell’omosessualità. Ricordiamo però che è fin dai tempi di Aristotele che viene considerato “scientifico” ciò di cui si conosce la causa. Lo stesso dirà uno dei precursori della Rivoluzione Scientifica, Francis Bacon: “scienza è conoscenza delle cause” (“scire est scire per causas“). Come possiamo allora accettare queste definizioni “scientifiche” dell’omosessualità se ancora nulla sappiamo di certo sulla suaeziologia, sulle sue origini e/o cause? La contraddizione sembra evidente: da una parte si ammette di non conoscere le cause dell’omosessualità, mentre dall’altra la si definisce in un modo o nell’altro, presupponendo che la definizione sia scientifica. Ancora una volta, l’insegnamento del Magistero sembra aver colto nel segno oltrepassando del tutto il problema medico per porre attenzione sul nodo esistenziale e morale della questione.

Inoltre:

2) Quella della derubricazione e del relativo balletto delle definizioni è una storia tutta interna all’Apa. Ma sulla credibilità e sulla autorevolezza dell’Apa, sui metodi, sulle contraddizioni metodologiche, etc. sono stati avanzati molti dubbi.

Da quanto si è visto si può dedurre che è necessario rispedire al mittente ogni pretesa infondata, a partire da quella di normalizzare ogni differenza, anche sostanziale, arrogandosi ingiustificatamente il potere di riscrivere, letteralmente, la realtà, in base alle proprie suggestioni o alle proprie interpretazioni. Come dire: un conto è l’interpretazione scientifica della realtà basata sul buon senso e sul principio di evidenza naturale, altro discorso è la scienza che s’inchina ai bisogni della politica e dell’ideologia di volta in volta dominante.

Alessandro Benigni

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One Comment su “La scienza ha dimostrato che l’omosessualità non è una psicopatologia? E’ falso”

  1. Marco Dice:

    Quanto scritto mi trova in completo disaccordo e prima di voler lasciare un commento, ho voluto rendermi conto, per quanto possibile, chi potesse essere l’autore di tali farneticazioni. Nulla di più semplice, vi sono riferimenti e collegamenti ad un sito pro vita, dove ci si batte tra le altre cose a favore della vita dal concepimento alla morte naturale e della famiglia fondata dall’unione tra uomo e donna, pardon, matrimonio, la convivenza non è contemplata. E mi par giusto, la sfera clericale prevale sin dalla “missione” di presentazione.
    Tra le varie pseudo teorie che vengono spacciate per assiomi (fin troppo semplice senza un minimo contraddittorio), l’accostamento dell’amore tra due individui adulti consensienti e quello tra genitore e prole, come se l’educazione e l’insegnamento sia dei genitori che delle frequentazioni in catechismo, non le avessero insegnato la differenza che esiste in realtà. Il fatto di voler accostare e paragonare questi sentimenti d’amore diversi sono un insulto alla sua intelligenza gentile Sig. Benigni, oltre che offensivo nei confronti di chi la legge.
    Ancora, lei si chiede per quale motivo negare la poligamia viste le rivendicazioni di chi è omosessuale, ma se avesse impegnato un minimo di tempo non dico alla conoscenza diretta di altre culture di questo pianeta con un semplice viaggio, ma almeno alla lettura comparata delle varie religioni, si renderebbe conto che la poligamia è già ammessa. Ovvio, non nel nostro paese, nella nostra cultura occidentale, fuori del nostro orticello si.
    Cos’è questa frenesia nel voler necessariamente accostare l’omosessualità al mondo psichiatrico, medico, psicanalitico? Perché citare di continuo il DSM, l’Apa, accostare semplici orientamenti sessuali individuali come deviazioni atte a voler minare la famiglia “tradizionale”? E’ una smania prettamente del suo magistero il voler capire se davvero esiste una correlazione tra mente contorta e libertà di scelta?
    Da cosa la famiglia deve sentirsi minacciata, da orde di omosessuali danzanti una volta l’anno che discendono dalle Alpi a rapire i nostri figli? Teme che un nostro figlio possa diventare gay attirando di conseguenza l’ira del suo dio? Il mio Dio ama in modo universale, non preclude niente a nessuno, indistintamente dalla condotta della vita, dal suo orientamento sessuale, dal suo credo religioso. Fosse altrimenti dovrei temere per la popolazione dell’India che brucerà all’inferno, o a chi di religione musulmana pratica davvero la poligamia.
    Questa mal celata fobia del matrimonio omosessuale come una possibile causa della nostra estinzione è patetica e priva di fondamento.
    Mi sento di esprimere la completa solidarietà nei confronti di chi sostiene che la coppia omosessuale ha il pieno diritto a contrarre matrimonio alla stessa stregua della coppia eterosessuale per via dello stesso trattamento fiscale. Fin quando non capirà che non sarà lei (o chi la pensa come lei) a dover decidere sulla vita altrui, le sue resteranno elucubrazioni mentali imprigionate nei dogmi ecclesiastici e, per fortuna, il mondo si evolve ed il medioevo è lontano secoli. E’ la storia ad insegnarcelo, se la civiltà umana non si fosse evoluta sarebbe già morta ed estinta.
    Le lascio le questioni etiche-religiose, mi tengo quelle sul diritto civile, il mio campo.
    Absit iniuria verbis.

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