Il libro di Gennaro Iannarone: “Vivere balenando in Burrasca”.

16 luglio 2015

Cultura e Società


Il libro di poesie di Gennaro Iannarone incanta. E’ preferibile leggerlo con pacatezza, con lenta riflessione. E’ presto detto il motivo. Il titolo,”Vivere balenando in burrasca”, rappresenta la vita come un bagliore intermittente, vivido, diffuso. Un bagliore immesso nella tempesta, in una tempesta dilaniata dal vento, un turbine vorticoso tra impeto e pace, dolore e gioia. La vita è un’alternanza di attimi intensi…come una successione di eventi piacevoli e non. L’autore scrive: “Folle è il mio desiderio…..quasi costante di annular la notte, come per non morire….”, la solida illusione di aver sconfitto la notte, anche in un solo istante. I valori della sacralità della legge diventano intensi come “ogni testo sacro e giusto al posto giusto”. Nel “Meriggio Pensoso”, la figura di Anna si compone come “in un battito d’ala spezzata da un colpo del destino che continua un volo radente”, la quotidianità che la stessa Anna, vivrà con il poeta. Gli occhi di Anna “versano bontà” e l’autore ha “potuto ricomporre la sua vita”. Le poesie delineano un percorso di vita reale e struggente. J. Renoir scriveva: “Ho lavorato con persone che mi amano”. Nel libro l’autore descrive le persone che lo hanno amato.

Rosa Mannetta

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Informazioni su Rosa Mannetta

Mi chiamo Rosa Mannetta e sono una malata di cancro in follow-up dal 2008. Ho affrontato la chemioterapia a bersaglio molecolare e, dopo cure devastanti, sono qua a raccontare situazioni inenarrabili. Insegno lingua italiana agli stranieri. Assumo dei farmaci che mi rendono stanca, con una notevole astenia e spesso mi devo assentare, con la decurtazione dello stipendio, come tutti i dipendenti pubblici. Ciò mi succede perché le commissioni mediche non mi hanno riconosciuto l’art. 33 della legge 104 del 1992 e ho solo l’art. 21, cioè non sono sottoposta a trasferimenti. I miei amici malati di cancro mi hanno detto che devo segnalare la situazione dell’abbandono in cui viviamo, della dignità negata, dei pregiudizi espressi e non, della mancanza di affetto delle persone che dovrebbero esserci vicine. E’ da tempo che descrivo questa situazione, ma sono una voce che muore nel deserto delle coscienze, delle sensibilità inermi. Noi malati sopravvissuti, siamo dei naufraghi in balia del vento, su una zattera improbabile. Siamo in un periodo di grande crisi istituzionale, ma noi non possiamo essere cittadini di un Paese che non considera le nostre rivendicazioni. Forse ho sbagliato a sottopormi alla polichemioterapia e a 40 sedute di radioterapia... Chissà…Forse, come diceva U. Foscolo, il sepolcro, mi rappresenta e ci rappresenta. Mi viene un dubbio: "Sarebbe stato opportuno diventare un cadavere in una bara?". Ero candidata a morire! Forse una lapide è più efficace. Lo dico e ne sono convinta.

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