Il libro di Maria Ronca: “Radici”.

17 novembre 2015

Cultura e Società


L’ultima opera letteraria di Maria Ronca, si intitola: “Radici”. La nostra scrittrice irpina si è collegata alle origini dei nostri affetti, alle “radici” da cui proviene e da dove tutti noi, proveniamo. Le “radici” sono i nostri ricordi, le nostre origini e come scrive, la poetessa: “imparavo che nessun libro può insegnarti, imparavo che l’amore dei nonni è infinito, unico”. Chi ha conosciuto i nonni, sa quanto siano importanti nella presenza dei nipoti, sa che la loro saggezza sia un aiuto per crescere. Ma non solo, i nonni: ci sono i genitori. Ricordare la presenza del padre, morto giovane; rivedere il papà che non c’è più è “un pensiero a te padre mio”. Il dolore struggente dopo anni, si fa sempre vivo. Si sente, si coglie nei versi, nelle parole. E poi, erompe quell’anelito verso il mondo, verso la libertà da vivere, verso quell’orizzonte, da sovrastare. Il mare, la tempesta, le stelle rappresentano il coraggio di vivere. Ed ecco che la nostra terra, l’Irpinia, riecheggia nei profumi: “In ogni altro luogo sentirò il tuo profumo”. La nostra terra e le sue “radici”, devono rivivere. Questo è un messaggio attuale. Dopo il recente attacco alla gioventù del “Bataclan”, dopo la strage di Parigi, abbiamo il dovere di riprendere la nostra storia. Il fanatismo dei terroristi non può distruggere le nostre radici. Noi siamo le “Radici”.

Rosa Mannetta

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Informazioni su Rosa Mannetta

Mi chiamo Rosa Mannetta e sono una malata di cancro in follow-up dal 2008. Ho affrontato la chemioterapia a bersaglio molecolare e, dopo cure devastanti, sono qua a raccontare situazioni inenarrabili. Insegno lingua italiana agli stranieri. Assumo dei farmaci che mi rendono stanca, con una notevole astenia e spesso mi devo assentare, con la decurtazione dello stipendio, come tutti i dipendenti pubblici. Ciò mi succede perché le commissioni mediche non mi hanno riconosciuto l’art. 33 della legge 104 del 1992 e ho solo l’art. 21, cioè non sono sottoposta a trasferimenti. I miei amici malati di cancro mi hanno detto che devo segnalare la situazione dell’abbandono in cui viviamo, della dignità negata, dei pregiudizi espressi e non, della mancanza di affetto delle persone che dovrebbero esserci vicine. E’ da tempo che descrivo questa situazione, ma sono una voce che muore nel deserto delle coscienze, delle sensibilità inermi. Noi malati sopravvissuti, siamo dei naufraghi in balia del vento, su una zattera improbabile. Siamo in un periodo di grande crisi istituzionale, ma noi non possiamo essere cittadini di un Paese che non considera le nostre rivendicazioni. Forse ho sbagliato a sottopormi alla polichemioterapia e a 40 sedute di radioterapia... Chissà…Forse, come diceva U. Foscolo, il sepolcro, mi rappresenta e ci rappresenta. Mi viene un dubbio: "Sarebbe stato opportuno diventare un cadavere in una bara?". Ero candidata a morire! Forse una lapide è più efficace. Lo dico e ne sono convinta.

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