Una ragazza….

24 novembre 2015

Cultura e Società


Mi è pervenuta e pubblico: “Mi chiamo Stefania. Frequento l’università e nessuno mi ascolta. Sono lontano da casa. A volte sono sola. Studio perché con la laurea, forse, troverò lavoro. Dovrò andarmene dall’Italia. Non amo questo Paese che mi ha deluso. La scuola mi ha deluso. I miei genitori in carriera sono solo tali, inseguono i loro sogni. Io dentro sono forte. So che lo studio sarà la mia libertà. Se poi, è libertà, andare via, per sempre. Soffoco quel senso di perdermi nel mare, di lasciarmi trasportare dalle onde. Si fa finta di capire. Nessuno vuol capire…La vita è difficile. Tutto è noia, alla fine. Come in quella canzone degli anni settanta. Io esco dalla noia. Voglio un lavoro e lo troverò. Ciao, Stefania”.

I giovani di oggi non hanno speranze e non vogliono un futuro in Italia. Brutta storia. S. Natoli scrive: “Realizziamo la felicità”. Chissà se sarà così.

Rosa Mannetta

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Informazioni su Rosa Mannetta

Mi chiamo Rosa Mannetta e sono una malata di cancro in follow-up dal 2008. Ho affrontato la chemioterapia a bersaglio molecolare e, dopo cure devastanti, sono qua a raccontare situazioni inenarrabili. Insegno lingua italiana agli stranieri. Assumo dei farmaci che mi rendono stanca, con una notevole astenia e spesso mi devo assentare, con la decurtazione dello stipendio, come tutti i dipendenti pubblici. Ciò mi succede perché le commissioni mediche non mi hanno riconosciuto l’art. 33 della legge 104 del 1992 e ho solo l’art. 21, cioè non sono sottoposta a trasferimenti. I miei amici malati di cancro mi hanno detto che devo segnalare la situazione dell’abbandono in cui viviamo, della dignità negata, dei pregiudizi espressi e non, della mancanza di affetto delle persone che dovrebbero esserci vicine. E’ da tempo che descrivo questa situazione, ma sono una voce che muore nel deserto delle coscienze, delle sensibilità inermi. Noi malati sopravvissuti, siamo dei naufraghi in balia del vento, su una zattera improbabile. Siamo in un periodo di grande crisi istituzionale, ma noi non possiamo essere cittadini di un Paese che non considera le nostre rivendicazioni. Forse ho sbagliato a sottopormi alla polichemioterapia e a 40 sedute di radioterapia... Chissà…Forse, come diceva U. Foscolo, il sepolcro, mi rappresenta e ci rappresenta. Mi viene un dubbio: "Sarebbe stato opportuno diventare un cadavere in una bara?". Ero candidata a morire! Forse una lapide è più efficace. Lo dico e ne sono convinta.

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