Il rispetto inesistente….

29 gennaio 2016

Cultura e Società


La Svezia e la Danimarca, sono paesi civili. E intanto in quei paesi, si parla di espulsioni di migliaia di rifugiati. Mi racconta un immigrato: “Non mangio bene. Ogni giorno pasta al sugo. La sera il pollo con l’insalata. Altri giorni, ho riso e pollo. A volte il pesce”. Il suo è un italiano stentato. Ho raccolto il suo malcontento. In Europa stiamo vivendo una svolta epocale. L’esodo di intere popolazioni è difficile da fermare. Siamo oggettivi: le frontiere si possono chiudere, ma l’emigrazione è da riferire alla storia. La storia insegna che quando si muovono interi popoli, non si possono frenare i flussi epocali. Ricordiamo alcune migrazioni del passato: i Greci tra il VIII e il VI secolo a. C., raggiunsero le coste dell’Italia meridionale; quando si parla delle Invasioni Barbariche, quelle erano migrazioni di interi popoli; dopo l’Unità d’Italia, gli Italiani, andarono in massa, verso il Brasile e l’Argentina; verso il 1890, i migranti italiani, a migliaia partivano per gli Stati Uniti. Oggi, il fenomeno è più storico che mai. Nel nostro mondo occidentale, non c’è posto per etnie diverse. Noi europei ormai, abbiamo il nostro modo di vivere, crediamo di essere liberi e viviamo il sogno di un’Europa unita che non esiste. Noi non siamo cittadini della Comunità Europea: la propaganda ce lo lascia credere. Noi viviamo in una cortina di ferro invisibile. Crediamo al sogno europeo che non è mai decollato. Non siamo veramente liberi. E se questa è “libertà”, che libertà è? Proviamo a dire che siamo cittadini. Noi non siamo tutelati in Italia. Riflettiamo: possiamo veramente esprimere i nostri pensieri? No. Siamo controllati: in ogni ambiente di lavoro, occorre saper parlare. Se si dice qualcosa, si crea il pettegolezzo nocivo. In famiglia? E’ peggio che altrove. Se si racconta qualcosa ad un familiare…i giudizi diventano, gravosi. E’ libertà, questa? Pensate di essere liberi? Io vivo contro corrente e pago, questa mia scelta, ogni istante. S. Mallarmé scriveva: “Definire una persona, significa ucciderla”. E’ vero…

Rosa Mannetta

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Informazioni su Rosa Mannetta

Mi chiamo Rosa Mannetta e sono una malata di cancro in follow-up dal 2008. Ho affrontato la chemioterapia a bersaglio molecolare e, dopo cure devastanti, sono qua a raccontare situazioni inenarrabili. Insegno lingua italiana agli stranieri. Assumo dei farmaci che mi rendono stanca, con una notevole astenia e spesso mi devo assentare, con la decurtazione dello stipendio, come tutti i dipendenti pubblici. Ciò mi succede perché le commissioni mediche non mi hanno riconosciuto l’art. 33 della legge 104 del 1992 e ho solo l’art. 21, cioè non sono sottoposta a trasferimenti. I miei amici malati di cancro mi hanno detto che devo segnalare la situazione dell’abbandono in cui viviamo, della dignità negata, dei pregiudizi espressi e non, della mancanza di affetto delle persone che dovrebbero esserci vicine. E’ da tempo che descrivo questa situazione, ma sono una voce che muore nel deserto delle coscienze, delle sensibilità inermi. Noi malati sopravvissuti, siamo dei naufraghi in balia del vento, su una zattera improbabile. Siamo in un periodo di grande crisi istituzionale, ma noi non possiamo essere cittadini di un Paese che non considera le nostre rivendicazioni. Forse ho sbagliato a sottopormi alla polichemioterapia e a 40 sedute di radioterapia... Chissà…Forse, come diceva U. Foscolo, il sepolcro, mi rappresenta e ci rappresenta. Mi viene un dubbio: "Sarebbe stato opportuno diventare un cadavere in una bara?". Ero candidata a morire! Forse una lapide è più efficace. Lo dico e ne sono convinta.

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