“A piedi nudi sulla sabbia”, di Olimpia Piccolo

1 maggio 2016

Cultura e Società


Il libro dell’autrice Olimpia Piccolo, mette in evidenza come la malattia, non deve diventare un problema di vita. Nel libro si descrivono i momenti che si vivono durante un percorso medico, il rapporto costruttivo e non,  tra medico e paziente. Non a caso, se si analizza il titolo: “A piedi nudi sulla sabbia”, si nota che camminare “a piedi nudi”, è sinonimo di libertà interiore ed esteriore; che ci si libra sulla battigia per ascoltare il mare; che dopo la tempesta, viene il sereno. La protagonista vive un calvario di operazioni sbagliate, costose e forse, inutili. Le corsie degli ospedali denotano la sofferenza dei pazienti, dei parenti che attendono, barelle usate come letti improvvisati, bambini che piangono: lo spettacolo dell’umanità straziata, si dimena in contrasti tra realtà e fantasia, tra sofferenza e ilarità. L’autrice nella scrittura ha sempre avuto un motivo per esprimere il suo animo, il suo riscatto nella società. In fondo, la quotidianità è fatta di piccole e semplici azioni che ci rendono felici. Enzo Paci scriveva: “Il tempo ritrovato è vivere nell’esistere del tempo”. Rinascere e ritrovare i fili del vivere, non è semplice. Noi, ci proviamo.

Rosa Mannetta

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Informazioni su Rosa Mannetta

Mi chiamo Rosa Mannetta e sono una malata di cancro in follow-up dal 2008. Ho affrontato la chemioterapia a bersaglio molecolare e, dopo cure devastanti, sono qua a raccontare situazioni inenarrabili. Insegno lingua italiana agli stranieri. Assumo dei farmaci che mi rendono stanca, con una notevole astenia e spesso mi devo assentare, con la decurtazione dello stipendio, come tutti i dipendenti pubblici. Ciò mi succede perché le commissioni mediche non mi hanno riconosciuto l’art. 33 della legge 104 del 1992 e ho solo l’art. 21, cioè non sono sottoposta a trasferimenti. I miei amici malati di cancro mi hanno detto che devo segnalare la situazione dell’abbandono in cui viviamo, della dignità negata, dei pregiudizi espressi e non, della mancanza di affetto delle persone che dovrebbero esserci vicine. E’ da tempo che descrivo questa situazione, ma sono una voce che muore nel deserto delle coscienze, delle sensibilità inermi. Noi malati sopravvissuti, siamo dei naufraghi in balia del vento, su una zattera improbabile. Siamo in un periodo di grande crisi istituzionale, ma noi non possiamo essere cittadini di un Paese che non considera le nostre rivendicazioni. Forse ho sbagliato a sottopormi alla polichemioterapia e a 40 sedute di radioterapia... Chissà…Forse, come diceva U. Foscolo, il sepolcro, mi rappresenta e ci rappresenta. Mi viene un dubbio: "Sarebbe stato opportuno diventare un cadavere in una bara?". Ero candidata a morire! Forse una lapide è più efficace. Lo dico e ne sono convinta.

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