Il libro di Alessio Tropeano: “Finchè Parkinson non ci separi”.

5 dicembre 2016

Cultura e Società


Conosciamo l’autore.

“Come è nata l’idea del libro?”.

Alessio Tropeano: “L’idea è nata per caso. Mi ha indotto a scrivere anche il dott. Giulio Ciccarelli, il neurologo che mi ha seguito. Ho voluto diffondere ottimismo. Il Parkinson, non  può congelare la vita. In ogni caso, si continua a vivere”.

“Ci descrive per sommi capi come si concretizza il suo romanzo?”.

“Non ho descritto la malattia in sé. Ho descritto il fenomeno della vita. Ho espresso le fasi di una vita che di certo, diventa difficile, ma non impossibile”.

“Quale messaggio vuole diffondere?”.

“Non basta parlare del morbo di Parkinson, nella giornata del MALATO DI PARKINSON. Occorre conoscere lo status del malato e di cosa significhi convivere con questa malattia”.

Ho rivolto delle domande precise. Lo scrittore Alessio Tropeano mi ha risposto in modo sintetico e preciso. In questo contesto si comprende che la malattia non può impedire l’esplicazione della personalità del malato stesso. Alessio è andato oltre la malattia. Ha espresso il suo orizzonte narrativo. Il Parkinson diventa un mezzo per scoprire la sua anima. Ma non occorre esaltare la malattia…Non è così. La malattia, fa approfondire alcune tematiche ed è un modo per “accettarla”. Alessio sa che ha il Parkinson, chiede rispetto in una società che chiude il malato in un muro di isolamento. Alessio, sfonda l’isolamento. Epitteto scriveva: “Vedi in te stesso la forza per vivere”. In pratica, vediamo ciò che desideriamo. La vita è questa. Non esistono vie diverse.

Rosa Mannetta

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Informazioni su Rosa Mannetta

Mi chiamo Rosa Mannetta e sono una malata di cancro in follow-up dal 2008. Ho affrontato la chemioterapia a bersaglio molecolare e, dopo cure devastanti, sono qua a raccontare situazioni inenarrabili. Insegno lingua italiana agli stranieri. Assumo dei farmaci che mi rendono stanca, con una notevole astenia e spesso mi devo assentare, con la decurtazione dello stipendio, come tutti i dipendenti pubblici. Ciò mi succede perché le commissioni mediche non mi hanno riconosciuto l’art. 33 della legge 104 del 1992 e ho solo l’art. 21, cioè non sono sottoposta a trasferimenti. I miei amici malati di cancro mi hanno detto che devo segnalare la situazione dell’abbandono in cui viviamo, della dignità negata, dei pregiudizi espressi e non, della mancanza di affetto delle persone che dovrebbero esserci vicine. E’ da tempo che descrivo questa situazione, ma sono una voce che muore nel deserto delle coscienze, delle sensibilità inermi. Noi malati sopravvissuti, siamo dei naufraghi in balia del vento, su una zattera improbabile. Siamo in un periodo di grande crisi istituzionale, ma noi non possiamo essere cittadini di un Paese che non considera le nostre rivendicazioni. Forse ho sbagliato a sottopormi alla polichemioterapia e a 40 sedute di radioterapia... Chissà…Forse, come diceva U. Foscolo, il sepolcro, mi rappresenta e ci rappresenta. Mi viene un dubbio: "Sarebbe stato opportuno diventare un cadavere in una bara?". Ero candidata a morire! Forse una lapide è più efficace. Lo dico e ne sono convinta. Sopravvivere ad un cancro...forse è stato uno svantaggio assoluto.

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