Le emozioni in parole di Maria Clotilde Cundari

27 dicembre 2016

Cultura e Società


Maria Clotilde Cunari, una poetessa, una scrittrice con vari interessi che vanno dal mondo dell’arte, alla musica. Una vita spesa nell’insegnamento e poi, dopo aver raggiunto la pensione, ha come per …magia, ripreso quelle poesie scritte da tempo e custodite in un cassetto. Custodite, con affetto e con quel senso di intima proprietà. L’autrice scrive che “un fruscio di canne accompagnava i pensieri che ondeggiavano nella mia mente..”, un cumulo di pensieri affastellavano la sua mente, i ricordi sorprendevano e sorprendono il tempo che passa. Il tempo è inesorabile. Il tempo delle stagioni che si alternano e si rinnovano. L’alba nuova è attesa: la lirica “Alba nuova” è la riscoperta della gioia dopo il dolore. La poetessa Maria Clotilde è sempre in “cammino in cerca di una luce”; è sempre alla ricerca di una freschezza di luci ed ombre che la rendano libera di vivere. Nelle poesie in vernacolo, si sente sempre di più quel senso di libertà, quella freschezza di sentimenti che esplodono come “quanno guard’ ‘o mare, tanno tu suspire..”, come quando il mare fa sospirare, rende tutto un tripudio di colori. La napoletanità è un riscatto culturale e sociale; la poetessa scrive: “Si tu nun si napulitano, nun ‘o ssaje ca te pierde..” vale a dire, che chi non conosce l’anima di Napoli, non sa che cosa può perdere. Maria Clotilde ha regalato emozioni con la sua raccolta di poesie, da leggere con partecipazione. Arthur Rimbaud scriveva: “Poeti quando avrete le rose…”. I poeti avranno le rose quando saranno letti. E noi li leggiamo…

Rosa Mannetta

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Informazioni su Rosa Mannetta

Mi chiamo Rosa Mannetta e sono una malata di cancro in follow-up dal 2008. Ho affrontato la chemioterapia a bersaglio molecolare e, dopo cure devastanti, sono qua a raccontare situazioni inenarrabili. Insegno lingua italiana agli stranieri. Assumo dei farmaci che mi rendono stanca, con una notevole astenia e spesso mi devo assentare, con la decurtazione dello stipendio, come tutti i dipendenti pubblici. Ciò mi succede perché le commissioni mediche non mi hanno riconosciuto l’art. 33 della legge 104 del 1992 e ho solo l’art. 21, cioè non sono sottoposta a trasferimenti. I miei amici malati di cancro mi hanno detto che devo segnalare la situazione dell’abbandono in cui viviamo, della dignità negata, dei pregiudizi espressi e non, della mancanza di affetto delle persone che dovrebbero esserci vicine. E’ da tempo che descrivo questa situazione, ma sono una voce che muore nel deserto delle coscienze, delle sensibilità inermi. Noi malati sopravvissuti, siamo dei naufraghi in balia del vento, su una zattera improbabile. Siamo in un periodo di grande crisi istituzionale, ma noi non possiamo essere cittadini di un Paese che non considera le nostre rivendicazioni. Forse ho sbagliato a sottopormi alla polichemioterapia e a 40 sedute di radioterapia... Chissà…Forse, come diceva U. Foscolo, il sepolcro, mi rappresenta e ci rappresenta. Mi viene un dubbio: "Sarebbe stato opportuno diventare un cadavere in una bara?". Ero candidata a morire! Forse una lapide è più efficace. Lo dico e ne sono convinta.

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