Una giovane si racconta…

29 gennaio 2017

Cultura e Società


E’ pervenuta in redazione questa testimonianza. Pubblico quanto ricevuto: “Redazione di Pensareliberi, vi scrivo per esprimere tutta la mia delusione. Ho una laurea in Scienza dell’Informazione, partecipo a vari concorsi e non so più cosa fare. Non voglio ancora dipendere dai miei genitori. Loro non sono eterni. Ho 30 anni. Ho diritto ad avere una mia vita? Faccio tanti lavori. Ora faccio la cameriera in un bar. Fino a quando dovrò fare un lavoro precario? Sarà per tutta la vita? A chi mi dice: “Sposati, fai un figlio..?”. Cosa devo rispondere? Come faccio un figlio e poi come lo mantengo? Arriverò a 40 anni e poi sarà tardi per fare un figlio. Magari lo farò pure con qualche malattia. Si sa che dopo i 40 anni, i figli hanno vari rischi…E allora, cosa faccio? Faccio la precaria”.

Questo è lo sfogo di una trentenne. La ragazza non ha messo il nome. Forse preferisce rimanere anonima. E’ sconcertante cosa scrive. Lei fa comprendere che vorrebbe come tutti, una famiglia ed ha paura di come un futuro precario, possa incombere. Nel nostro Paese non nascono bambini. Mi sembra un Paese da incubo. Raccapricciante, questa conclusione. Terribile e vera. Cosa dire? Ma cosa dico? Siamo ostaggio dell’Europa. Siamo ostaggio dei cataclismi, terremoti che si verificano nel Centro Italia. Siamo ostaggio di una politica…se poi è politica, questa che sta al governo. Siamo un Paese in ostaggio. Marc Augé scrive: “I non luoghi sono opportuni, rendono la comunicazione facile”. E noi, sappiamo comunicare? Il problema è che non sappiamo più osare.

Rosa Mannetta

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Informazioni su Rosa Mannetta

Mi chiamo Rosa Mannetta e sono una malata di cancro in follow-up dal 2008. Ho affrontato la chemioterapia a bersaglio molecolare e, dopo cure devastanti, sono qua a raccontare situazioni inenarrabili. Insegno lingua italiana agli stranieri. Assumo dei farmaci che mi rendono stanca, con una notevole astenia e spesso mi devo assentare, con la decurtazione dello stipendio, come tutti i dipendenti pubblici. Ciò mi succede perché le commissioni mediche non mi hanno riconosciuto l’art. 33 della legge 104 del 1992 e ho solo l’art. 21, cioè non sono sottoposta a trasferimenti. I miei amici malati di cancro mi hanno detto che devo segnalare la situazione dell’abbandono in cui viviamo, della dignità negata, dei pregiudizi espressi e non, della mancanza di affetto delle persone che dovrebbero esserci vicine. E’ da tempo che descrivo questa situazione, ma sono una voce che muore nel deserto delle coscienze, delle sensibilità inermi. Noi malati sopravvissuti, siamo dei naufraghi in balia del vento, su una zattera improbabile. Siamo in un periodo di grande crisi istituzionale, ma noi non possiamo essere cittadini di un Paese che non considera le nostre rivendicazioni. Forse ho sbagliato a sottopormi alla polichemioterapia e a 40 sedute di radioterapia... Chissà…Forse, come diceva Ugo Foscolo, il sepolcro, mi "rappresenta e ci rappresenta". Mi viene un dubbio: "Sarebbe stato opportuno diventare un cadavere in una bara?". Ero candidata a morire! Forse una lapide è più efficace. Lo dico e ne sono convinta. Sopravvivere ad un cancro...forse è stato uno svantaggio assoluto.

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