Lettera di un giovane: “La violenza sulle donne”.

5 marzo 2017

Cultura e Società


Abbiamo ricevuto questa lettera e pubblichiamo ciò che scrive un giovane nella attuale società italiana. Ecco il testo: “Violenza sulle donne: è colpa del malessere sociale?”.

 

Esimio Presidente Mattarella

 

L’otto marzo è imminente, il tempo scorre inesorabile, e leggo e sento continuamente sui televideo e sui telegiornali notizie di cronaca nera a proposito del femminicidio. Un’enorme piega sociale che non accenna a placarsi nonostante le campagne, le manifestazioni e gli spot di “pubblicità progresso” contro la discriminazione e la violenza sulle donne. Con la crisi economica, il fenomeno s’è esteso soprattutto per colpa di nuove forme di violenza generate dall’esplosione dei social network che hanno amplificato e marcato il tema dell’odio contro il genere femminile (e non solo). Centoventi sono state le donne vittime di femminicidio nello scorso anno ed i dati, nonostante il calo rispetto al passato, sono ancora molto alti. Perché l’uomo ha quindi la necessità di ricorrere alla violenza contro il genere femminile? Secondo me, per capire bene cosa si scateni nella sua mente, occorre fare un’analisi introspettiva, forse solo così si potrebbe giustificare tale manifestazione. Credo che l’uomo, quando arrabbiato o frustrato, faccia molta fatica a sfogarsi in modo razionale ed intelligente perché non riesce ad esprimere la propria angoscia in modo esplicito, tipico appunto della natura maschile. Voglio spiegare meglio questo concetto utilizzando una semplice immagine: l’animo dell’uomo può essere paragonato alla roccia carsica ed il suo malessere, scaturito dai più disparati motivi, ad un veleno che cade a pioggia dal cielo; per evitare così che la roccia venga alimentata, occorre avere un catino (ovviamente faccio riferimento ad una porzione di terreno molto piccola). Questo catino, si sa, può contenere soltanto pochi litri, così quando il veleno arriva sull’orlo, trabocca e penetra nella roccia dapprima erodendola poi distruggendola sino a creare delle valanghe di fango e detriti che possono mettere a repentaglio la vita di chi vive in quelle zone. Se leggiamo bene questa metafora, notiamo che c’è un’assonanza col mito nordico, ovvero il supplizio di Loki, il dio legato ad una roccia con un serpente che gli vomita veleno addosso. Quivi la moglie Sigyn mette un bacile sopra la sua testa per evitare che il veleno gli eroda la faccia, ma quando si riempie, il dio non può far altro che urlare di dolore tanto da scatenare terremoti violenti in tutta la Scandinavia. Che cosa voglio dire in sintesi? Che l’uomo, arrivato ad un certo punto, quando l’avvilimento diventa tale da non essere più gestibile, deve trovare assolutamente una valvola di sfogo che si manifesta nel distruggere tutto ciò che lo circonda, una sorta di “reset” e la manifesta attraverso la violenza fisica o verbale verso se stesso. Ma allora Lei si domanderà che cosa c’entra la donna in tutto questo se l’uomo manifesta violenza verso se stesso? Se il problema è dell’uomo, perché è la donna a pagare il prezzo più alto con percosse fisiche e psichiche? Per spiegare meglio questo concetto, occorre ricordare un altro passo della mitologia, stavolta quella greca. Nel “Simposio” di Platone, il filosofo ateniese spiega come l’uomo e la donna, all’origine dei tempi, erano una persona sola, perfetti ed imbattibili. Questo suscitò l’invidia di Zeus il quale, temendo lo strapotere e l’arroganza del genere umano, li divise in due destinandoli a cercarsi per tutta la vita affinché ritrovino l’antica perfezione perduta. Questo mito è anche conosciuto come il mito dell’-anima gemella- dove Platone intendeva dire che l’amore genera sofferenza e che l’unico rimedio per allievare tali sintomi è quello di trovare quella persona che ci completi nei difetti. Alla fine cosa voglio intendere, aiutandomi anche, con la rievocazione di questo mito? Semplicemente che l’uomo vede nella sua metà una traslazione del suo essere, quindi quando il suo animo è iniettato dal malessere, dato che non riesce ad esplicitarlo, questi si sente costretto a ricercare nella donna una valvola di sfogo. “Sarai mia per sempre”, “Se non sono felice io, non lo sarai neanche tu”, “Se non sarai mia, non sarai di nessun altra”, queste sono tipiche ed infelici espressioni che sentiamo sempre attraverso i tg ed i film. Casi di donne sfregiate con l’acido, picchiate con pugni e schiaffi, aggressioni verbali di facciata o con l’utilizzo dei social network, in realtà sono trasposizioni dell’uomo frustrato e debole che non riesce a combattere contro l’oppressione del malessere sociale. A questo punto potremo concludere che la colpa è solo dell’uomo? Direi di no, perché il fenomeno della violenza di genere deve essere ricercato in più fattori ed in più attori, e quindi anche la donna ha le proprie colpe in merito. Il rimprovero maggiore che dovrebbe essere fatto a loro sta nell’emancipazione femminile che ha fatto in modo che la donna stessa perdesse il ruolo centrale all’interno della famiglia quale educatrice di figli ed amante del suo uomo. In un Suo intervento di due anni fa, al Quirinale, per la festività dell’otto marzo, ha precisato il ruolo della donna all’interno di una società non bene organizzata cui affida il compito delicato e fondamentale di provvedere in maniera prevalente all’educazione dei figli, alla cura degli anziani e dei portatori di invalidità; lo fate silenziosamente, a volte faticosamente. Purtroppo queste nobili espressioni fanno capo sempre più ad un ristretto numero di donne, perché pian piano il ruolo della donna nella società sta diventando sempre più labile e pericoloso in quanto sono diventate uno strumento di lussuria all’interno di una civiltà che vede nella donna un comunissimo “pezzo di carne” da sbatacchiare. Non c’è un film di qualunque genere (horror, serie tv, commedie ecc.), non c’è un cartellone pubblicitario, e soprattutto non ci sono social network che non mostrino almeno una donna senza veli, o con un bikini mozzafiato o con una scollatura generosa. Tutto questo per favorire una sorta di commercio malato dove la bellezza di una donna viene sfruttata e messa alla berlina di fronte ad un’invisibile platea di allupati e finti moralisti. Tutto questo boom del commercio di carne femminile può alimentare la violenza sulle donne? Direi di sì perché l’uomo, esacerbato anche dal fatto di non ricoprire più un’egemonia importante nella società per via dell’emancipazione femminile, vede nel genere opposto non solo un potenziale “concorrente”, ma soprattutto una “cosa” per cui fare sesso e non “un’anima gemella”, quindi non una persona con cui completarsi. Riusciamo a comprendere il perché di tanta violenza di “chat” contro le donne (e non mancano quelle aventi ruoli istituzionali, che sono le più bersagliate)? Semplicemente perché l’uomo sta cominciando a vederle come delle “cose” e non più come delle persone. Per concludere quindi qual è il vero problema che sta alla base della violenza sulle donne? E’ il malessere sociale che spinge le persone a comportarsi come bestie verso i propri simili e l’assoluta incapacità dell’uomo (inteso nella sua accezione più grande) di ritornare a comandare all’interno della società, perché oggi a comandare non è l’individuo, ma il denaro. Come si può sconfiggere tutto questo? Forse cominciando a volerci bene tra noi di nuovo tralasciando il denaro almeno per cinque minuti…Questa è la conclusione della lettera.

La linea editoriale della nostra Redazione è quella di pubblicare e di non modificare il testo originale pervenuto. Il nostro Paese presenta delle forti contraddizioni: abbiamo degli uomini e delle donne che hanno costruito dei modelli di comportamento sbagliati. Da una parte esiste l’uomo violento e dall’altra, la donna aggressiva e sembra che non ci siano delle linee di confine. Emily Dickinson scriveva: “Ho uno sprone nell’anima..”. Dovremo iniziare a realizzare le cose giuste, partire dai valori etici universali.

Rosa Mannetta

 

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Informazioni su Rosa Mannetta

Mi chiamo Rosa Mannetta e sono una malata di cancro in follow-up dal 2008. Ho affrontato la chemioterapia a bersaglio molecolare e, dopo cure devastanti, sono qua a raccontare situazioni inenarrabili. Insegno lingua italiana agli stranieri. Assumo dei farmaci che mi rendono stanca, con una notevole astenia e spesso mi devo assentare, con la decurtazione dello stipendio, come tutti i dipendenti pubblici. Ciò mi succede perché le commissioni mediche non mi hanno riconosciuto l’art. 33 della legge 104 del 1992 e ho solo l’art. 21, cioè non sono sottoposta a trasferimenti. Sono la portavoce di tanti miei amici malati di cancro e mi hanno detto che devo segnalare la situazione dell’abbandono in cui viviamo, della dignità negata, dei pregiudizi espressi e non, della mancanza di affetto delle persone che dovrebbero esserci vicine. E’ da tempo che descrivo questa situazione, ma sono una voce che muore nel deserto delle coscienze, delle sensibilità inermi. Noi malati sopravvissuti, siamo dei naufraghi in balia del vento, su una zattera improbabile. Siamo in un periodo di grande crisi istituzionale, ma noi non possiamo essere cittadini di un Paese che non considera le nostre rivendicazioni. Forse ho sbagliato a sottopormi alla polichemioterapia e a 40 sedute di radioterapia... Chissà…Forse, come diceva U. Foscolo, il sepolcro, mi rappresenta e ci rappresenta. Mi viene un dubbio: "Sarebbe stato opportuno diventare un cadavere in una bara?". Ero candidata a morire! Forse una lapide è più efficace. Lo dico e ne sono convinta.

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