Leggiamo Alfonso Gargano….

11 aprile 2017

Cultura e Società


Ho letto il libro di Alfonso Gargano: “La Parola al Cuore”. Si deve leggere. Scrive l’autore: “Bastava cento lire per iniziare a cantare, pochi attimi e il 45 giri iniziava…” ed è subito poesia. E’ una poesia “Il juke box”, che rivela un tempo che non sarà più, un tempo che non ritornerà. E’ il tempo dell’adolescenza di una storia del nostro Paese, gli anni sessanta e settanta, dove le cose erano semplici e vere. Il sentimento di verità è evidente anche nella lirica “Il terremoto”, dove “un grande boato cresce lento…tra uno scricchiolio ed un quadro che cade, il lampadario oscilla, la paura t’invade..”; predomina il terrore dell’uomo di fronte alla forza della natura. Predomina la reazione degli uomini di fronte ad un simile disastro. Le varie liriche denotano una sorta di nostalgia costruttiva, che non demolisce il presente. E’ un compendio con le attuali “esigenze di spiritualità”. E quando il nostro Alfonso Gargano esprime che “il ricordo infuoca i pensieri, il tempo è passato, ma sembra ieri”, si respira l’emozione di ciò che è l’animo umano. Non a caso, Cesare Pavese scriveva: “Sempre vieni dal mare..”, vale a dire, si rivive ogni volta ciò che il cuore già conosceva. Vivere e rivivere esperienze. Vivere la vita in varie similitudini, ripercorrere sentieri diversi e non.

Rosa Mannetta

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Informazioni su Rosa Mannetta

Mi chiamo Rosa Mannetta e sono una malata di cancro in follow-up dal 2008. Ho affrontato la chemioterapia a bersaglio molecolare e, dopo cure devastanti, sono qua a raccontare situazioni inenarrabili. Insegno lingua italiana agli stranieri. Assumo dei farmaci che mi rendono stanca, con una notevole astenia e spesso mi devo assentare, con la decurtazione dello stipendio, come tutti i dipendenti pubblici. Ciò mi succede perché le commissioni mediche non mi hanno riconosciuto l’art. 33 della legge 104 del 1992 e ho solo l’art. 21, cioè non sono sottoposta a trasferimenti. I miei amici malati di cancro mi hanno detto che devo segnalare la situazione dell’abbandono in cui viviamo, della dignità negata, dei pregiudizi espressi e non, della mancanza di affetto delle persone che dovrebbero esserci vicine. E’ da tempo che descrivo questa situazione, ma sono una voce che muore nel deserto delle coscienze, delle sensibilità inermi. Noi malati sopravvissuti, siamo dei naufraghi in balia del vento, su una zattera improbabile. Siamo in un periodo di grande crisi istituzionale, ma noi non possiamo essere cittadini di un Paese che non considera le nostre rivendicazioni. Forse ho sbagliato a sottopormi alla polichemioterapia e a 40 sedute di radioterapia... Chissà…Forse, come diceva U. Foscolo, il sepolcro, mi rappresenta e ci rappresenta. Mi viene un dubbio: "Sarebbe stato opportuno diventare un cadavere in una bara?". Ero candidata a morire! Forse una lapide è più efficace. Lo dico e ne sono convinta. Sopravvivere ad un cancro...forse è stato uno svantaggio assoluto.

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