L’importanza di chiamarsi Giorgio Caproni

25 luglio 2017

Cultura e Società


Giorgio Caproni è il poeta che è diventato “famoso” per l’analisi del testo, inerente alla prova di italiano degli esami di maturità del 2017. Diciamolo, era già conosciuto. I più lo conoscevano. Era amico di Pasolini. Egli ha scritto: “Non uccidete il mare, la libellula, il vento. Chi resta sospira nel sempre più vasto paese guasto…”. La difesa del territorio è evidente. Un Paese devastato, è un paese che non dà la possibilità di vivere in modo sano, è il paese “guasto”. Il nostro Giorgio Caproni ha tradotto “Il tempo ritrovato” di Marcel Proust, “I fiori del male” Charles Baudelaire, le poesie di Guillaume Apollinaire. Il poeta è stato innovativo. Perché? Egli ha scritto: “Per me la poesia deve essere emozionale. I lettori non devono capire i miei versi, li devono vivere”. L’approccio alla poesia è solo sentimento. Il lettore si emoziona con le parole dello stesso poeta. La verità storica, viene descritta con l’anima del verso. E’ il segreto poetico del Nostro Giorgio. Nella lirica, “Foglie”, scrive: “Quanti se ne sono andati. Quanti. Che cosa resta”. E’ un appello accorato verso chi abbandona la propria città e va via, per lavoro, in altri luoghi. Amaro, quel “Che cosa resta”. Resta ciò che si è. Ciò che si diventerà. E’ un messaggio attualissimo che riguarda i nostri giovani. E’ il messaggio verso quelli che dovrebbero andare in pensione e non possono…trattenuti fino alla soglia dei settanta anni. E’ il messaggio lugubre. Ma cosa resterà? Resterà una vita vissuta per lavorare. E poi? E poi si vivrà quel tempo agognato. Quel tempo che non si conosce. Mario Luzi scriveva: “Si dura era la pietra…”. E noi, usciremo dalla coltre di pietra? Forse, bisogna crederci.

Rosa Mannetta

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Informazioni su Rosa Mannetta

Mi chiamo Rosa Mannetta e sono una malata di cancro in follow-up dal 2008. Ho affrontato la chemioterapia a bersaglio molecolare e, dopo cure devastanti, sono qua a raccontare situazioni inenarrabili. Insegno lingua italiana agli stranieri. Assumo dei farmaci che mi rendono stanca, con una notevole astenia e spesso mi devo assentare, con la decurtazione dello stipendio, come tutti i dipendenti pubblici. Ciò mi succede perché le commissioni mediche non mi hanno riconosciuto l’art. 33 della legge 104 del 1992 e ho solo l’art. 21, cioè non sono sottoposta a trasferimenti. I miei amici malati di cancro mi hanno detto che devo segnalare la situazione dell’abbandono in cui viviamo, della dignità negata, dei pregiudizi espressi e non, della mancanza di affetto delle persone che dovrebbero esserci vicine. E’ da tempo che descrivo questa situazione, ma sono una voce che muore nel deserto delle coscienze, delle sensibilità inermi. Noi malati sopravvissuti, siamo dei naufraghi in balia del vento, su una zattera improbabile. Siamo in un periodo di grande crisi istituzionale, ma noi non possiamo essere cittadini di un Paese che non considera le nostre rivendicazioni. Forse ho sbagliato a sottopormi alla polichemioterapia e a 40 sedute di radioterapia... Chissà…Forse, come diceva U. Foscolo, il sepolcro, mi rappresenta e ci rappresenta. Mi viene un dubbio: "Sarebbe stato opportuno diventare un cadavere in una bara?". Ero candidata a morire! Forse una lapide è più efficace. Lo dico e ne sono convinta.

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