Il parroco che calpesta San Francesco d’Assisi…

30 agosto 2017

Cultura e Società


E’ successo ad Avellino. Un parroco ha calpestato il significato della regola dettata da San Francesco. Questi i fatti: un collega giornalista si è recato in una Chiesa e ha chiesto delle informazioni al parroco. Il parroco non ha accolto il giornalista. In che senso? Il parroco ha cacciato via dalla Chiesa il giornalista e lo ha anche minacciato in modo serio. Il giornalista ha detto: “Padre, lei non mi può cacciare via dalla Casa del Signore. Quello che sta facendo, è gravissimo”. La regola francescana è retta dai principi di Fraternità, Umiltà e Povertà. Inoltre, contempla anche l’accoglienza. Tutti devono essere accolti. San Francesco sapeva che l’uomo ha bisogno della gioia e i suoi frati dovevano sollevare i cuori degli uomini. La gioia era nella preghiera e nella povertà. E oggi, è gioia nella preghiera e nella povertà, o meglio, dovrebbe essere così. Dovrebbe. Il parroco francescano, non segue San Francesco. Arthur Rimbaud scriveva: “I poveri…umiliati come cani bastonati…”. Il giornalista è stato umiliato dal parroco. Questa non è la Chiesa. Questa è la Chiesa “privata” del parroco.

Rosa Mannetta

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Informazioni su Rosa Mannetta

Mi chiamo Rosa Mannetta e sono una malata di cancro in follow-up dal 2008. Ho affrontato la chemioterapia a bersaglio molecolare e, dopo cure devastanti, sono qua a raccontare situazioni inenarrabili. Insegno lingua italiana agli stranieri. Assumo dei farmaci che mi rendono stanca, con una notevole astenia e spesso mi devo assentare, con la decurtazione dello stipendio, come tutti i dipendenti pubblici. Ciò mi succede perché le commissioni mediche non mi hanno riconosciuto l’art. 33 della legge 104 del 1992 e ho solo l’art. 21, cioè non sono sottoposta a trasferimenti. I miei amici malati di cancro mi hanno detto che devo segnalare la situazione dell’abbandono in cui viviamo, della dignità negata, dei pregiudizi espressi e non, della mancanza di affetto delle persone che dovrebbero esserci vicine. E’ da tempo che descrivo questa situazione, ma sono una voce che muore nel deserto delle coscienze, delle sensibilità inermi. Noi malati sopravvissuti, siamo dei naufraghi in balia del vento, su una zattera improbabile. Siamo in un periodo di grande crisi istituzionale, ma noi non possiamo essere cittadini di un Paese che non considera le nostre rivendicazioni. Forse ho sbagliato a sottopormi alla polichemioterapia e a 40 sedute di radioterapia... Chissà…Forse, come diceva U. Foscolo, il sepolcro, mi rappresenta e ci rappresenta. Mi viene un dubbio: "Sarebbe stato opportuno diventare un cadavere in una bara?". Ero candidata a morire! Forse una lapide è più efficace. Lo dico e ne sono convinta.

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