Topi, cassonetti bruciati, il rispetto che non esiste: Avellino, una città incivile.

24 novembre 2017

Cultura e Società


Pochi giorni fa, quattro ragazzini della “Avellino bene”, hanno dato fuoco ad un barbone. Perché hanno compiuto il gesto? Lo hanno “fatto per gioco”. Si gioca così con la vita di un senzatetto. Chiamiamo Oleg, senzatetto. Non diciamo “barbone”. Oleg si è salvato per miracolo. E poi di recente, è stata messa in evidenza nella galleria del Corso Vittorio Emanuele, la carcassa di un topo: nel salotto della città, ci sono ratti vaganti. Non mancano poi, qua è là, i cassonetti andati a fuoco. Bruciati e incendiati…chissà perché! Forse perché dobbiamo respirare diossina. Questo è il degrado di Avellino. E poi, esiste la mancanza di rispetto per chi combatte contro patologie gravissime. Mancanza di rispetto che avviene nelle belle famiglie, sui vari posti di lavoro, tra quelli che si definiscono amici e poi pugnalano, con sapienza chi si cura con terapie sperimentali. Questi “amici”, non hanno il coraggio di esprimere la loro ritrosia verso chi è in cura. Questa è barbarie! Questa è inciviltà assoluta. Questa è la città. La città, una giungla invivibile. Allen Ginsberg scriveva: “Non credo nelle vostre leggi”. Occorre partire dai valori dimenticati. Occorre eliminare questa inciviltà.

Rosa Mannetta

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Informazioni su Rosa Mannetta

Mi chiamo Rosa Mannetta e sono una malata di cancro in follow-up dal 2008. Ho affrontato la chemioterapia a bersaglio molecolare e, dopo cure devastanti, sono qua a raccontare situazioni inenarrabili. Insegno lingua italiana agli stranieri. Assumo dei farmaci che mi rendono stanca, con una notevole astenia e spesso mi devo assentare, con la decurtazione dello stipendio, come tutti i dipendenti pubblici. Ciò mi succede perché le commissioni mediche non mi hanno riconosciuto l’art. 33 della legge 104 del 1992 e ho solo l’art. 21, cioè non sono sottoposta a trasferimenti. I miei amici malati di cancro mi hanno detto che devo segnalare la situazione dell’abbandono in cui viviamo, della dignità negata, dei pregiudizi espressi e non, della mancanza di affetto delle persone che dovrebbero esserci vicine. E’ da tempo che descrivo questa situazione, ma sono una voce che muore nel deserto delle coscienze, delle sensibilità inermi. Noi malati sopravvissuti, siamo dei naufraghi in balia del vento, su una zattera improbabile. Siamo in un periodo di grande crisi istituzionale, ma noi non possiamo essere cittadini di un Paese che non considera le nostre rivendicazioni. Forse ho sbagliato a sottopormi alla polichemioterapia e a 40 sedute di radioterapia... Chissà…Forse, come diceva U. Foscolo, il sepolcro, mi rappresenta e ci rappresenta. Mi viene un dubbio: "Sarebbe stato opportuno diventare un cadavere in una bara?". Ero candidata a morire! Forse una lapide è più efficace. Lo dico e ne sono convinta.

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