“Io piangio a Brescia – Auschwitz” di Sandro Biffi

23 settembre 2018

Cultura e Società


Il libro di Sandro Biffi, “Io piangio a Brescia – Auschwitz”, si legge con emozione. Il protagonista, Alberto, ha raccontato la sua storia con Alexandra. Alexandra è una bella nigeriana che è costretta a prostituirsi, in quanto deve pagare un debito notevole. Perché il debito? Deve saldare un debito verso coloro che le hanno organizzato il viaggio in Italia e le hanno lasciato credere che avrebbe avuto un lavoro e un futuro migliore. Alberto ha dato i suoi appunti sulla sua storia con Alexandra, a Sandro Biffi. Sandro Biffi è lo pseudonimo di uno scrittore di Brescia. L’autore del romanzo, mi ha chiesto di mantenere celata la sua vera identità. Ho rispettato la sua decisione e comprendo che in questo periodo storico, sia necessario non rivelarsi. L’argomento è forte: riguarda la tratta di giovani ragazze dal continente africano che poi, vengono immesse sulla strada. Il nostro Sandro ha descritto la sofferenza e il maltrattamento di queste ragazze “schiave” di organizzazioni scellerate. In questo contesto, si deve usare un linguaggio “diplomatico”. Il libro è una denuncia dettagliata su cosa accade alle varie ragazze che arrivano nel nostro Paese e sul fatto che non si può essere diretti nella narrazione. Non si può dire altro. Occorre riflettere su “quel non si può”. Non si può. Non si può. esistono poteri più forti della “forza”, come definizione. Sylvia Plath scriveva: “Come vorrei credere nella tenerezza”. Ed io vorrei credere nella realtà. Vorrei crederci….

Rosa Mannetta

 

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Informazioni su Rosa Mannetta

Mi chiamo Rosa Mannetta e sono una malata di cancro in follow-up dal 2008. Ho affrontato la chemioterapia a bersaglio molecolare e, dopo cure devastanti, sono qua a raccontare situazioni inenarrabili. Insegno lingua italiana agli stranieri. Assumo dei farmaci che mi rendono stanca, con una notevole astenia e spesso mi devo assentare, con la decurtazione dello stipendio, come tutti i dipendenti pubblici. Ciò mi succede perché le commissioni mediche non mi hanno riconosciuto l’art. 33 della legge 104 del 1992 e ho solo l’art. 21, cioè non sono sottoposta a trasferimenti. I miei amici malati di cancro mi hanno detto che devo segnalare la situazione dell’abbandono in cui viviamo, della dignità negata, dei pregiudizi espressi e non, della mancanza di affetto delle persone che dovrebbero esserci vicine. E’ da tempo che descrivo questa situazione, ma sono una voce che muore nel deserto delle coscienze, delle sensibilità inermi. Noi malati sopravvissuti, siamo dei naufraghi in balia del vento, su una zattera improbabile. Siamo in un periodo di grande crisi istituzionale, ma noi non possiamo essere cittadini di un Paese che non considera le nostre rivendicazioni. Forse ho sbagliato a sottopormi alla polichemioterapia e a 40 sedute di radioterapia... Chissà…Forse, come diceva Ugo Foscolo, il sepolcro, mi "rappresenta e ci rappresenta". Mi viene un dubbio: "Sarebbe stato opportuno diventare un cadavere in una bara?". Ero candidata a morire! Forse una lapide è più efficace. Lo dico e ne sono convinta. Sopravvivere ad un cancro...forse è stato uno svantaggio assoluto.

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