La sera di Ray Bradbury

25 gennaio 2019

Cultura e Società


 

Con il ricorso alla tecnica stilistica del “tu narrativo”, Ray Bradbury con il racconto intitolato “La sera” ricava un piccolo gioiello emozionale, parlando delle paure del bambino protagonista, il quale fantastica e rimugina con angoscia sull’idea e sul mistero della morte. Il mancato rientro a casa del fratellino gli fa affacciare alla mente l’ipotesi estrema di un incidente, di una violenza, di un malore o di un indefinibile impedimento. Il giovane protagonista si è già confrontato, purtroppo, con il decesso di una sorellina e intuisce che i suoi timori sono ancor più amplificati nella madre. Questo terrore diventa una cappa quasi tattile, alla quale è impossibile sfuggire. E, qualora si riuscisse a scotomizzare, interverrebbe un’altra forma di doloroso terrore: il senso di colpa. Madre e figlio si risolvono di andare a cercare il piccolo ritardatario, incapaci di reggere un attimo di più il peso dell’attesa. Il metodo narrativo che Bradbury sente congeniale a se stesso conduce ad un eccezionale realismo; la sua prosa è caratterizzata proprio da una costante e perseverante poetica. La trasmissione delle emozioni commuove davvero, nella accezione latina, il lettore. Ancora oggi, in un’epoca sbrigativa, smaliziata e cinica, il tocco di questo pittore dell’anima ci seduce, ci cattura e trascina nel corpo della pagina. L’elemento fantastico si aggancia qui perfettamente con una situazione concreta, dove la realtà si deforma, ma non abbandona il suo status sociale e storico, la circostanzialità del dramma in un’epoca dove ancora la notte, lontana dalle convulse luci della metropoli, assume i sinistri connotati di un incubo dalle mille insidie drammatiche. In questo modo Bradbury ottiene la collaborazione e la complicità di un lettore partecipe “a pelle”, che attua la sospensione dell’incredulità e si trasferisce accanto ai personaggi cartacei, in una avventura che diventa patrimonio esperienziale.

Rosa Mannetta

 

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Informazioni su Rosa Mannetta

Mi chiamo Rosa Mannetta e sono una malata di cancro in follow-up dal 2008. Ho affrontato la chemioterapia a bersaglio molecolare e, dopo cure devastanti, sono qua a raccontare situazioni inenarrabili. Insegno lingua italiana agli stranieri. Assumo dei farmaci che mi rendono stanca, con una notevole astenia e spesso mi devo assentare, con la decurtazione dello stipendio, come tutti i dipendenti pubblici. Ciò mi succede perché le commissioni mediche non mi hanno riconosciuto l’art. 33 della legge 104 del 1992 e ho solo l’art. 21, cioè non sono sottoposta a trasferimenti. I miei amici malati di cancro mi hanno detto che devo segnalare la situazione dell’abbandono in cui viviamo, della dignità negata, dei pregiudizi espressi e non, della mancanza di affetto delle persone che dovrebbero esserci vicine. E’ da tempo che descrivo questa situazione, ma sono una voce che muore nel deserto delle coscienze, delle sensibilità inermi. Noi malati sopravvissuti, siamo dei naufraghi in balia del vento, su una zattera improbabile. Siamo in un periodo di grande crisi istituzionale, ma noi non possiamo essere cittadini di un Paese che non considera le nostre rivendicazioni. Forse ho sbagliato a sottopormi alla polichemioterapia e a 40 sedute di radioterapia... Chissà…Forse, come diceva Ugo Foscolo, il sepolcro, mi "rappresenta e ci rappresenta". Mi viene un dubbio: "Sarebbe stato opportuno diventare un cadavere in una bara?". Ero candidata a morire! Forse una lapide è più efficace. Lo dico e ne sono convinta. Sopravvivere ad un cancro...forse è stato uno svantaggio assoluto.

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