Riflessione sull’aggettivo “Smart” di Giuseppe Tuzio

24 aprile 2020

Cultura e Società


Un popolo che chiede rispetto dovrebbe non rinnegare le proprie radici, tra queste, quella più profonda e vitale, vi è la lingua. Sulla lingua si fonda l’identità di una Nazione. Tant’è che pur nella divisione della penisola in stati e staterelli, fino a quasi due secoli fa, anche in quelli governati da principi stranieri, la percezione universale che si aveva degli abitanti di quegli Stati si fondava sulla matrice linguistica, unico collante identificativo, definendo tutti: il contadino del Regno delle Due Sicilie, l’artigiano del Granducato di Toscana, l’industriale tessile del Lombardo-Veneto e l’aristocratico romano dello Stato Pontificio, come ITALIANI.

Nella società globalizzata ci sta che una scoperta o un’intuizione concettuale porti il nome dato dallo scopritore o dallo studioso, ma l’utilizzo di parole straniere, anglicismi su tutte, è diventato oramai insopportabile. Lo è quando esistono vocaboli italiani identificanti oggetti, istituzioni, forme di tutela ai cittadini. Ma, soprattutto, quando l’anglicismo viene usato con snobistica ignoranza di traduzione, ignorando, cioè, l’aggettivazione sbagliata in inglese, oppure, conoscendone il significato in italiano, ereditandolo pari pari nella sua erronea formulazione, senza alcuna correzione, affermando, così, la nostra sudditanza linguistica.
Tre esempi per spiegare meglio quanto sopra denunciato, due che identificano degli oggetti ed uno che parla di una forma di lavoro, ma tutti e tre con l’aggettivo inglese “SMART” (INTELLIGENTE); essi sono: smart phone, smart tv e smart working.

Aggettivazione sbagliata perché l’intelligenza richiede coscienza ed autocoscienza, cosa impropria in un telefono di ultima generazione che ha nella volontà dell’utente la richiesta di una funzione particolare ottenendo, dal telefono, il risultato relativo. Allora il giusto nome sarebbe telefono multifunzione, richiamando la funzionalità di fotocamera e di video camera, riproduttore di suoni, ecc. La stessa spiegazione vale per la TV, multifunzione perché permette la fruizione della rete oltre alla visione di programmi televisivi.
Per lo smart working, lavoro a distanza, anche qui non si capisce dove sarebbe l’intelligenza nel diverso luogo lavorativo. Pericoloso perché introdurrebbe una disparità di considerazione sociale tra chi esercita un lavoro a distanza (intelligente per accettazione dall’inglese) e chi, per necessità di lavoro nella produzione di beni, non possono farlo a distanza, quindi non intelligenti.

Potremmo aggiungere il nostro tardi giungere al “LAVORO INTELLIGENTE”, nonostante fossimo interconnessi da anni, basti pensare ai milioni di ignoranti tuttologi che imperversano sulle applicazioni sociali, e che abbiamo dovuto elevarci al “LAVORO INTELLIGENTE” solo perché costretti da una pandemia.
Concludendo: non smart phone ma Telefono multifunzione; non smart TV ma televisione multifunzione; non smart working ma lavoro a distanza.

Giuseppe Tuzio

 

 

Informazioni su Rosa Mannetta

Mi chiamo Rosa Mannetta e sono una malata di cancro in follow-up dal 2008. Ho affrontato la chemioterapia a bersaglio molecolare e, dopo cure devastanti, sono qua a raccontare situazioni inenarrabili. Insegno lingua italiana agli stranieri. Assumo dei farmaci che mi rendono stanca, con una notevole astenia e spesso mi devo assentare, con la decurtazione dello stipendio, come tutti i dipendenti pubblici. Ciò mi succede perché le commissioni mediche non mi hanno riconosciuto l’art. 33 della legge 104 del 1992 . I miei amici malati di cancro mi hanno detto che devo segnalare la situazione dell’abbandono in cui viviamo, della dignità negata, dei pregiudizi espressi e non, della mancanza di affetto delle persone che dovrebbero esserci vicine. E’ da tempo che descrivo questa situazione, ma sono una voce che muore nel deserto delle coscienze, delle sensibilità inermi. Noi malati sopravvissuti, siamo dei naufraghi in balia del vento, su una zattera improbabile. Siamo in un periodo di grande crisi istituzionale, ma noi non possiamo essere cittadini di un Paese che non considera le nostre rivendicazioni. Forse ho sbagliato a sottopormi alla polichemioterapia e a 40 sedute di radioterapia... Chissà…Forse, come diceva Ugo Foscolo, il sepolcro, mi "rappresenta e ci rappresenta". Mi viene un dubbio: "Sarebbe stato opportuno diventare un cadavere in una bara?". Ero candidata a morire! Forse una lapide è più efficace. Lo dico e ne sono convinta. Sopravvivere ad un cancro...forse è stato uno svantaggio assoluto. LO RIBADISCO: è stato uno svantaggio assoluto.

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