Il ruolo della cultura al tempo del Coronavirus di Pat Porpiglia

29 aprile 2020

Cultura e Società


IL RUOLO DELLA CULTURA AL TEMPO DEL CORONAVIRUS.

La cultura non è un fenomeno statico, immobile o puramente estetico/ornamentale. I principi e i valori che sono alla base di ciascuna cultura di appartenenza, anche se sono dei beni di inestimabile pregio, non sono assoluti e immutabili. Essi non devono essere paragonati a dei gioielli di rara e inestimabile bellezza da custodire gelosamente in una cassetta di sicurezza o in uno scrigno per essere tirati fuori soltanto in rare circostanze. Se così fosse, ciò implicherebbe che noi esseri umani abbiamo raggiunto l’apice della perfezione e di conseguenza la stessa società globale sarebbe inesorabilmente destinata alla stagnazione e all’immobilismo. Ma posiamo noi, in tutta onestà, ritenerci perfetti? Io non lo credo a giudicare dai dati afferenti la situazione umana, sociale, culturale ed economica in cui versa il nostro Pianeta minacciato da guerre, migrazioni forzate, cambiamenti climatici e per ultimo da una sinistra pandemia da Coronavirus.

La cultura è, al contrario e meno male, un fattore dinamico e mutevole nel tempo. Noi dobbiamo certamente partire dal passato, ma dobbiamo, altresì, tenere conto del nostro presente se vogliamo costruire un futuro decente. Noi cittadini del mondo unito dobbiamo trovare il coraggio di tagliare, potare e recidere quegli aspetti della nostra cultura che sono diventati anacronistici e ridondanti e che ci impediscono di vivere in pace, in salute e in armonia con il creato nella globalizzata società contemporanea.

 

Pat Porpiglia

San Roberto 26/04/2020

 

Informazioni su Rosa Mannetta

Mi chiamo Rosa Mannetta e sono una malata di cancro in follow-up dal 2008. Ho affrontato la chemioterapia a bersaglio molecolare e, dopo cure devastanti, sono qua a raccontare situazioni inenarrabili. Insegno lingua italiana agli stranieri. Assumo dei farmaci che mi rendono stanca, con una notevole astenia e spesso mi devo assentare, con la decurtazione dello stipendio, come tutti i dipendenti pubblici. Ciò mi succede perché le commissioni mediche non mi hanno riconosciuto l’art. 33 della legge 104 del 1992 . I miei amici malati di cancro mi hanno detto che devo segnalare la situazione dell’abbandono in cui viviamo, della dignità negata, dei pregiudizi espressi e non, della mancanza di affetto delle persone che dovrebbero esserci vicine. E’ da tempo che descrivo questa situazione, ma sono una voce che muore nel deserto delle coscienze, delle sensibilità inermi. Noi malati sopravvissuti, siamo dei naufraghi in balia del vento, su una zattera improbabile. Siamo in un periodo di grande crisi istituzionale, ma noi non possiamo essere cittadini di un Paese che non considera le nostre rivendicazioni. Forse ho sbagliato a sottopormi alla polichemioterapia e a 40 sedute di radioterapia... Chissà…Forse, come diceva Ugo Foscolo, il sepolcro, mi "rappresenta e ci rappresenta". Mi viene un dubbio: "Sarebbe stato opportuno diventare un cadavere in una bara?". Ero candidata a morire! Forse una lapide è più efficace. Lo dico e ne sono convinta. Sopravvivere ad un cancro...forse è stato uno svantaggio assoluto. LO RIBADISCO: è stato uno svantaggio assoluto.

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