La “Fuga intellettuale giovanile” di Pat Porpiglia

11 maggio 2020

Cultura e Società


LA FUGA INTELLETTUALE GIOVANILE

Nel racconto “Giorgio l’emigrato di ritorno” – Giovani calabresi: speranze e delusioni- io affronto un tema attualissimo: l’emigrazione intellettuale giovanile, meglio conosciuta come “fuga dei cervelli”.

Spesso si parla in maniera negativa di questo fenomeno migratorio. Io non credo che sia un male che i nostri giovani, in un mondo sempre più globalizzato, lascino i confini del nostro paese per recarsi all’estero per motivi di lavoro e di studio. Una nazione chiusa, autarchica preoccupata a trattenere i propri giovani all’interno dei propri confini non soltanto commette una colossale sciocchezza ma dimostra di ignorare la storia della stessa umanità. Oggi, trovare il coraggio di fare la valigia e di partire vuol dire venire a contatto con altri giovani, altre culture, altri popoli, altri modi di pensare e di agire,imparare una o più lingue. Acquisire esperienze e maturare conoscenze in mondi e culture diverse costituisce un arricchimento umano, personale e professionale di incommensurabile valore.

Il problema, semmai, è che l’Italia non riesce a creare le condizioni per fare ritornare i nostri giovani il cui arricchimento tecnico, culturale e intellettuale avrebbe contribuito enormemente alla crescita socioculturale ed economica del nostro paese. Il problema è, altresì, che non riusciamo ad attrarre altri giovani laureati che scelgano il nostro Paese per venire a lavorare e a studiare.

Un Paese che non è attrattivo, ed è incapace di valorizzare le intelligenze, siano o no indigene, in un mondo che sarà sempre più caratterizzato dalle migrazioni, rischia di giocarsi il futuro.

In conclusione è vero che la crisi globale ha causato macerie ma se l’Italia del dopoguerra ha saputo trasformarsi in potenza economica e industriale è forse perché non era un paese afflitto dai parassiti, dal sottobosco, dal clientelismo ma era popolato da gente tosta, forte e determinata che poteva e può ancora essere additata ad esempio. Noi dobbiamo riappropriarci dell’identità che ci hanno lasciato in eredità i nostri nonni e i nostri padri i quali hanno trovato il coraggio di scommettere sul loro futuro in tempi ancora più difficili di quelli attuali.

Pat Porpiglia

Informazioni su Rosa Mannetta

Mi chiamo Rosa Mannetta e sono una malata di cancro in follow-up dal 2008. Ho affrontato la chemioterapia a bersaglio molecolare e, dopo cure devastanti, sono qua a raccontare situazioni inenarrabili. Insegno lingua italiana agli stranieri. Assumo dei farmaci che mi rendono stanca, con una notevole astenia e spesso mi devo assentare, con la decurtazione dello stipendio, come tutti i dipendenti pubblici. Ciò mi succede perché le commissioni mediche non mi hanno riconosciuto l’art. 33 della legge 104 del 1992 . I miei amici malati di cancro mi hanno detto che devo segnalare la situazione dell’abbandono in cui viviamo, della dignità negata, dei pregiudizi espressi e non, della mancanza di affetto delle persone che dovrebbero esserci vicine. E’ da tempo che descrivo questa situazione, ma sono una voce che muore nel deserto delle coscienze, delle sensibilità inermi. Noi malati sopravvissuti, siamo dei naufraghi in balia del vento, su una zattera improbabile. Siamo in un periodo di grande crisi istituzionale, ma noi non possiamo essere cittadini di un Paese che non considera le nostre rivendicazioni. Forse ho sbagliato a sottopormi alla polichemioterapia e a 40 sedute di radioterapia... Chissà…Forse, come diceva Ugo Foscolo, il sepolcro, mi "rappresenta e ci rappresenta". Mi viene un dubbio: "Sarebbe stato opportuno diventare un cadavere in una bara?". Ero candidata a morire! Forse una lapide è più efficace. Lo dico e ne sono convinta. Sopravvivere ad un cancro...forse è stato uno svantaggio assoluto. LO RIBADISCO: è stato uno svantaggio assoluto.

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