“Non man is an Island” di Pat Porpiglia

11 maggio 2020

Cultura e Società


 

 

 

“NON MAN IS AN ISLAND……”

I versi iniziali di una poesia del poeta inglese John Donne – Meditazione XVII- “No man is an Island, entire of itself”, in questo periodo caratterizzato da una crisi pandemica di Covid 19, racchiudono un significato profondo e rilevante. Usando poche parole – soltanto la sublime ed eccelsa poesia riesce a farlo esprimendo concetti universali- il poeta mette in rilievo con nitidezza la fragilità dell’uomo, quando sceglie la strada della solitudine oppure è costretto a isolarsi a causa di avvenimenti avversi e pericolosi. Ogni essere umano in quanto componente integrante dell’umanità, una parte del tutto ha un impellente bisogno di sentirsi parte di una comunità. Nessun uomo per quanto schivo o solitario può essere completo con se stesso.

Nella società contemporanea purtroppo l’uomo è diventato schiavo di una società che impone di pensare alla nostra individualità,compagna dell’egoismo, che è diventata una caratteristica prevalente della natura umana. E questa condizione non è una buona cosa, perché nessun uomo può vivere solo in funzione di se stesso, ogni cosa che facciamo si ripercuote, anche se forse non ce ne rendiamo conto, su tutto quanto ci circonda, appunto perché noi siamo un tutt’uno con il mondo

Questa poesia ci ammonisce e ci esorta a ricordarci che le nostre sofferenze se condivise da tutti sono più facili da sopportare.

Pat Porpiglia

San Roberto (R.C.) 5 maggio 2020

 

 

 

Informazioni su Rosa Mannetta

Mi chiamo Rosa Mannetta e sono una malata di cancro in follow-up dal 2008. Ho affrontato la chemioterapia a bersaglio molecolare e, dopo cure devastanti, sono qua a raccontare situazioni inenarrabili. Insegno lingua italiana agli stranieri. Assumo dei farmaci che mi rendono stanca, con una notevole astenia e spesso mi devo assentare, con la decurtazione dello stipendio, come tutti i dipendenti pubblici. Ciò mi succede perché le commissioni mediche non mi hanno riconosciuto l’art. 33 della legge 104 del 1992 . I miei amici malati di cancro mi hanno detto che devo segnalare la situazione dell’abbandono in cui viviamo, della dignità negata, dei pregiudizi espressi e non, della mancanza di affetto delle persone che dovrebbero esserci vicine. E’ da tempo che descrivo questa situazione, ma sono una voce che muore nel deserto delle coscienze, delle sensibilità inermi. Noi malati sopravvissuti, siamo dei naufraghi in balia del vento, su una zattera improbabile. Siamo in un periodo di grande crisi istituzionale, ma noi non possiamo essere cittadini di un Paese che non considera le nostre rivendicazioni. Forse ho sbagliato a sottopormi alla polichemioterapia e a 40 sedute di radioterapia... Chissà…Forse, come diceva Ugo Foscolo, il sepolcro, mi "rappresenta e ci rappresenta". Mi viene un dubbio: "Sarebbe stato opportuno diventare un cadavere in una bara?". Ero candidata a morire! Forse una lapide è più efficace. Lo dico e ne sono convinta. Sopravvivere ad un cancro...forse è stato uno svantaggio assoluto. LO RIBADISCO: è stato uno svantaggio assoluto.

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