La Dad al tempo del Covid 19 di Rosa Mannetta

1 giugno 2020

Cultura e Società


La Didattica a Distanza è stata avviata in un momento di grande emergenza. La più grande emergenza sanitaria che il nostro Paese ha dovuto affrontare, ci ha messo a dura prova. Dal 10 marzo 2020, l’Italia è diventata zona rossa. In pochi giorni, ogni scuola si è dovuta attrezzare per realizzare una straordinaria novità: un cambiamento operativo in una classe virtuale a distanza. Sono stata la prima, nel mio ambito, a formare una classe intera e virtuale, su una piattaforma inserita nel registro elettronico. Mi sono adoperata in tal senso in quanto sono di carattere, aperta ad ogni attività tecnologica e no, ad ogni sapere e “fare” da introdurre nella didattica operativa. E poi, quando si inizia, l’impegno coinvolge. Dovrebbe coinvolgere. Non sempre accade. In tutta Italia, ci siamo riusciti a interagire con gli alunni. Tutto ciò ha richiesto l’impegno di tutti. Ribadisco, in tutta Italia. Nessuno può riconoscere il grande lavoro che si svolge, che si sta svolgendo. Nessuno di noi voleva stare a casa. Il Covid 19, lo ha imposto. Allen Ginsberg scriveva: “Cosa vuoi da me America?”. Ed io dico: “Cosa volete dai docenti e da me che stiamo lavorando in un periodo critico?”.

Rosa Mannetta

Informazioni su Rosa Mannetta

Mi chiamo Rosa Mannetta e sono una malata di cancro in follow-up dal 2008. Ho affrontato la chemioterapia a bersaglio molecolare e, dopo cure devastanti, sono qua a raccontare situazioni inenarrabili. Insegno lingua italiana agli stranieri. Assumo dei farmaci che mi rendono stanca, con una notevole astenia e spesso mi devo assentare, con la decurtazione dello stipendio, come tutti i dipendenti pubblici. Ciò mi succede perché le commissioni mediche non mi hanno riconosciuto l’art. 33 della legge 104 del 1992 . I miei amici malati di cancro mi hanno detto che devo segnalare la situazione dell’abbandono in cui viviamo, della dignità negata, dei pregiudizi espressi e non, della mancanza di affetto delle persone che dovrebbero esserci vicine. E’ da tempo che descrivo questa situazione, ma sono una voce che muore nel deserto delle coscienze, delle sensibilità inermi. Noi malati sopravvissuti, siamo dei naufraghi in balia del vento, su una zattera improbabile. Siamo in un periodo di grande crisi istituzionale, ma noi non possiamo essere cittadini di un Paese che non considera le nostre rivendicazioni. Forse ho sbagliato a sottopormi alla polichemioterapia e a 40 sedute di radioterapia... Chissà…Forse, come diceva Ugo Foscolo, il sepolcro, mi "rappresenta e ci rappresenta". Mi viene un dubbio: "Sarebbe stato opportuno diventare un cadavere in una bara?". Ero candidata a morire! Forse una lapide è più efficace. Lo dico e ne sono convinta. Sopravvivere ad un cancro...forse è stato uno svantaggio assoluto. LO RIBADISCO: è stato uno svantaggio assoluto.

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